Shopping Center

Stavolta parcheggiare al solito posto, nei pressi di una delle tante scale mobili del centro commerciale, sarà un po’ difficile; alla fine trovo posto in un eremo, contraddistinto dalla lettera “B”, io che ormai ero abituato alla lettera “M”, e così mi affretto alla ricerca di quel pezzo di ferro con le ruote che dovrà contenere le quattro cose necessarie per sopravvivere pure questo week end, perchè non sono il solo ad aver avuto difficoltà a trovare posto e tutte le auto che mi accompagnavano fino qui stanno a significare che prima mi affretto e meglio è, per non sostare a lungo in coda sia alle casse dell’ipermercato, sia nell’ingorgo che si genera alle uscite/entrate del parcheggio.

Il centro commerciale è assai luminoso, come i visi di coloro che si fermano a sognare lungo le vetrine dei negozi, e il fiume di gente che cerco di non calpestare alla guida del mio carrello mi consente a malapena di incrociare i loro sguardi, che come me assistono e partecipano a questo rito celebrativo, almeno una volta la settimana, in uno dei moderni templi del cosiddetto benessere.
La cerimonia si apre sempre allo stesso modo, come in ogni fine settimana: la musica che ti accompagna, il marmo che rivela il nuovo da poco inaugurato, gli stands con le “zucche arancioni” gestiti da avvenenti ragazze che vorresti vedere alla prese con decoltè o culotte all’ultimo grido anziché con la tecnica bancaria, giovani coppie con i loro pantaloni alla moda indossati ad altezza inguine, allegre e frettolose famigliole che cercano di non smarrire i pargoli che scorrazzano urlando da un negozio all’altro, negozi pieni zeppi di prodotti di ogni sorta, che suscitano interesse nei passanti fermi a guardare, ma fondamentalmente vuoti di clienti e di personale.

L’unico a fare comunque incassi è il negozio-pilota, l’ipermercato, nonostante delle trentacinque barriere casse solo in quindici sono operative, che, in un sabato dopo il 27 del mese, in prossimità del Natale, anche se stiamo parlando della periferia di Roma, la dice lunga di una certa prudenza nello sperperare quattrini di questi tempi.
Ci sono anche delle esagerazioni in un senso e nell’altro, certo, come il carrello stracolmo di una coppia di mezza età che sborsa la bella cifra di 230euri, mentre in un’altra cassa tre ragazzi presumibilmente dell’Europa dell’Est sono in coda con in mano qualche bottiglia di birra, due buste di barbabietole, cipolle e patate; situazioni al limite e poco attendibili si dirà, sta di fatto che il malessere economico che ha cominciato a far capolino presso molte famiglie italiane da qualche anno a questa parte non mette comunque in crisi coloro che a fine giornata chiudono cassa e tirano le somme, anche in realtà commerciali che hanno richiesto grossi investimenti per la loro realizzazione, nonostante il mark-up tra costi e ricavi continua ad essere al di sotto delle aspettative.

Per quanto mi riguarda, sono per l’ennesima volta fiducioso, “dopotutto sono quasi vent’anni che faccio la spesa, qualcosa dovrei aver imparato” e vado sicuro nel tirare fuori i danari necessari per le solite quattro cose acquistate.
Ma non è così. Una signorina gentile e soprattutto carina mi sorride e alla fine mi dice: “70euri”, aumentando quel senso di vuoto attorno a me (soprattutto nel portafogli) quando vagabondo in simili strutture che, nella fattispecie, ai margini della Capitale, quasi senza illuminazione stradale, quasi senza strade, ricordano un futuristico paesaggio lunare con la razza umana relegata in un enorme monoblocco in grado di far dimenticare un cielo e un Sole,
E’ quel senso di vuoto che nella realtà avanza sotto forma di mattone verso la campagna romana, regalando l’illusione di “urbanizzazione” e “riqualificazione” con strutture commerciali ad ampia gamma di negozi e gli annessi entertainment come i cinema multisala e varie attività di ristorazione, senza che le autorità locali pensino prima alle necessità di chi si trova a vivere il quartieri periferici con strade principali dalla carreggiata ridotta e soprattutto accidentate, dove la prima farmacia si trova distante qualche chilometro e che per raggiungerla bisogna attendere il transito dei pochi autobus in strade isolate e scarsamente illuminate, in quartieri che il piano di urbanizzazione prevedeva con abitazioni e negozi di prossimità, negozi che ancora non ci sono e che non ci saranno perchè con l’apertura del centro commerciale finirebbero per chiudere prima di iniziare.
In tutto questo, il centro commerciale ha la sua funzione strategica oltre che economica, è un’oasi, un momento di relax (..o di stordimento, se vogliamo) per la comunità periferica, è il riscatto illusorio di una Roma “a parte”, o, meglio, “messa da parte”, dove il cemento che avanza ha perso il controllo degli amministratori locali, impegnati come sono a salvaguardare dalle piogge acide il bianco marmoreo della Scalinata di Piazza di Spagna per la prossima sfilata di moda mentre continuano i suffumigi quotidiani dei gas di scarico nei quartieri limitrofi, oppure sottovalutando il rischio amianto in altre zone della Capitale.

Mentre cerco di risolvere il “mistero del contenuto del carrello” e nel contempo di realizzare come fosse stato possibile sottrarmi quelle che erano 140.000 delle vecchie lire, percorro il tratto che mi porterà nuovamente alle scale mobili, e non posso non ripensare ai vecchi preparativi per le feste natalizie, fatti di giorni passati nei mercati rionali ad acquistare con la nonna ciò che solitamente ad una certa ora, verso la chiusura, rimaneva e si otteneva a buon prezzo, a dispetto di queste moderne centrali del fai-da-te prive di quella umanità fatta oltre che da persone anche da piccole attività commerciali ormai in via di estinzione assieme alla borgata. Ma soprattutto si acquistava il necessario anche quando era possibile avere qualcosa di meglio e soprattutto di più.
In questo c’è tutto un vissuto che andrebbe riscoperto e confrontato con una attenta rielaborazione del concetto di progresso e di moderno dal punto di vista del consumo, con la falsa sicurezza nell’avere il frigorifero pieno che equivale un po’ alla stessa falsa sicurezza di chi ha sempre il pieno di benzina pur percorrendo solo pochi chilometri al giorno; andrebbero riviste anche alcune dinamiche legate alla produzione dei cosiddetti beni di consumo, dove il prezzo e il mercato viene regolato oltre che dalla qualità anche dalla quantità. Si parla così tanto di polveri sottili, di ecosistema a rischio, e siamo così legati al luogo comune che più automobili significa necessariamente più inquinamento da non tenere conto che anche più produzione in assoluto significa più inquinamento, a tal punto da continuare imperterriti a prenderci per i fondelli da soli con le “domeniche ecologiche”, per ricominciare di fatto il lunedi fino al venerdi a percorrere tranquillamente anche con il proprio inutile SUV le congestionate strade cittadine, o quando il Sindaco ci invita ad utilizzare di più i mezzi pubblici, autobus che peraltro inquinano ognuno quanto venti automobili messe assieme.
Se non riusciamo a comprendere che il problema dell’inquinamento globale non sta solo in un tubo di scappamento ma anche nel petrolio e nell’olio necessario a produrre quel pacco di biscotti in più che divoriamo senza motivo durante la settimana, non saremo mai in grado di fermarci a riflettere su tutta una serie di problematiche legate alla produzione eccessiva per un consumo eccessivo.

La logica perversa innescata dal prezzo interessante, dai “3×2”, dai “sottocosto”, o in nuovi concept di risparmio nei negozi definiti “outlet” dovrà essere superata, e il carrello o lo shopper pieno, come il portamonete, non è sempre indice di benessere o di una serie di ottimi e irripetibili affari da non perdere lungo gli scaffali.
Si è parlato spesso di decrescita e di consumo critico.
Ognuno può chiamarlo come crede, ma è evidente che bisognerà prendere in qualche modo le misure contro un mercato, soprattutto quello che riguarda i generi alimentari, regolato e manipolato dai colossi della Grande Distribuzione, alcuni dei quali addirittura presenti in Borsa a Wall Street e con capacità finanziarie in grado di influenzare l’industria, il prodotto, compreso il consumatore stesso.

Fermarsi e riflettere, cioè quello che il sottoscritto non stà facendo completamente, mentre frettolosamente sistema nel vano posteriore dell’automobile i propri acquisti, con gli onnipresenti pilastri a sostegno della enorme struttura, attraversati da un vago segnale di luce che lascia intravedere il deserto oltre il parcheggio.

E così, mentre attraverso il nucleo urbano di nuove costruzioni a ridosso del verde e del centro commerciale, nei pressi di una Roma già al buio, penso che anche oggi ho vinto la mia personale battaglia contro il frigorifero pieno, con la speranza che altri come me comincino ad aprire gli occhi e a partecipare ad un consumo critico e sostenibile in grado di far collassare un sistema economico che continua a condizionare negativamente l’ecosistema e fortemente anche noi stessi.
Certamente una tendenza votata alla decrescita provocherebbe uno sconquasso inimmaginabile in termini monetari, con apparati industriali parzialmente a regime o dismessi a breve, e con la triste prospettiva di vedere centinaia di migliaia di persone senza lavoro, uno tra questi anche il sottoscritto dal momento che la propria professione ruota attorno alla Grande Distribuzione Organizzata. Ma da qualche parte bisognerà pur cominciare per arrivare a mettere un punto a tutto questo.
E’ la volontà di modificare il proprio comportamento, che non deve conoscere attenuanti, necessaria per un futuro migliore, per tutti, anche per coloro che, nel Terzo Mondo, hanno continuato a conoscere solo più bisogno condito con più miseria, nonostante in Europa negli ultimi 10 anni le persone in sovrappeso sono aumentate del 30%, mentre in Italia ben 16 milioni superano il peso ideale e di queste circa 4 milioni possono essere classificate come obese. Un vero e proprio calcio nello stomaco di chi continua ancora a morire di fame.

Oppure continuare a vivere la realtà, al richiamo e alle attrazioni dei centri del benessere commerciale, del “paese dei balocchi”, e dal momento che siamo vicini al Natale, con la tradizione dei regali alle porte potremmo anche attendere l’anno nuovo per questo tipo di discorsi, continuando a imperversare lungo le vetrine dei negozi, con i manichini che indossano una speranza di acquisto che si specchia nei nostri sguardi luminosi che ci rende forse più pupazzi di quelli che abbiamo di fronte, lontani dalla città, lontani dai problemi, lontani dal mondo in genere, nel buio della necessità di soddisfare i propri bisogni squarciato dall’illusione di un carrello pieno.

Di tutto, di più, ovvio, ma con il giusto spazio dedicato al vuoto assoluto.


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