Il braccio violento del Sistema

Verrebbe la voglia di scomodare Foucault (non quello del “pendolo”) per sentire il suo parere in merito, peccato solo che sia scomparso più di vent’anni fa.

La vicenda in questione riguarda un altro scomparso, il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, morto in carcere più di un mese fa in circostanze ancora da chiarire, dopo essere stato arrestato assieme alla sua compagna perchè sorpresi a coltivare piantine di canapa indiana nella loro casa di campagna nei pressi della cittadina umbra di Città di Castello; arrestati il 12 ottobre e condotti nel carcere di Perugia, il 14 a mattina Aldo viene trovato morto nella sua cella d’isolamento.
In un primo momento si era pensato ad una complicazione cardiaca, ma dai primi esami autoptici risulterebbero lesioni interne alla milza, fegato e al cervello provocate da fattori esterni tali da non lasciare segni sul corpo. Oltre all’inquietante possibilità che ignoti abbiano avuto facile accesso nella cella che lo ospitava, l’aggravante per la direzione carceraria consiste soprattutto nella testimonianza di alcuni detenuti che hanno sentito chiaramente il campanello da un cella e i lamenti di chi chiedeva inutilmente aiuto nella notte precedente il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo.
L’inchiesta del magistrato (che, per tragica ironia della sorte, è lo stesso che aveva portato all’arresto dei due) è ancora in corso, e del fatto se ne sta occupando anche l’Osservatorio Sulle Repressioni, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, e a quanto sembra pure Amnesty.
Rimane lo sgomento per la morte assurda di un uomo considerato da tutti “mite”, che con la sua compagna, i suoi tre figli, e la suocera, non chiedeva altro di continuare dignitosamente il suo lavoro e vivere la propria esistenza attraverso la meditazione, il canto e la musica, magari con l’ausilio di qualche “spinello”, invece di finire in carcere per la coltivazione di canapa (anche se una recente sentenza della Cassazione ha confermato che può essere coltivata “per uso ornamentale”), senza il minimo sospetto di spaccio: infatti Aldo Bianzino non era titolare di nessun conto corrente bancario e al momento in cui è avvenuto l’arresto e la perquisizione oltre alle piantine sono stati trovati solo 30 euro, cifra che notoriamente fa di una persona un narcotrafficante…..

Dicevamo di Foucault.
Senz’altro la vicenda di Aldo non rientra nei suoi schemi, perchè il carcere, secondo quanto afferma nel libro Sorvegliare e punire, non rieduca ma anzi è la fucina che forgia ancor più i criminali, perchè i delinquenti sono “utili” al Sistema, anzi per il Sistema sarebbe più pericolosa una società senza crimine.
Aldo non era un delinquente, quindi non era materia prima di studio per il filosofo francese, ma quanto è successo solleva comunque dei pesanti interrogativi intorno al mondo carcerario:

- Se il carcere è una istituzione votata alla “correzione” di chi commette un reato, qual’è il metro di paragone che porta due individui, uno condannato per omicidio plurimo premeditato e l’altro per possesso di stupefacenti, a passare parte della loro vita dietro le sbarre, nello stesso luogo, con le stesse modalità, nonostante reati così diversi tra loro?

- Saranno possibili attività di recupero diverse, nonostante lo stesso oppressivo ambiente renda tutti (ingiustamente) simili?

- Con quale criterio, per esempio, può la “buona condotta” (che per molti può essere anche la rassegnazione alla detenzione) di un omicida far meritare la scarcerazione per poi finire di nuovo ad uccidere come nel caso di Angelo Izzo, mentre il malessere e l’insofferenza di chi è finito in carcere ingiustamente per una delazione estorta non merita altro che l’isolamento e l’indifferenza, come nel caso di Enzo Tortora?

- Allo stesso modo di cui sopra, può considerarsi errata anche la valutazione in fase di giudizio e condanna, il che significherebbe “allevare” un innocente in carcere per crescerlo poi criminale, come affermava Foucault?

A queste domande, poi, va aggiunto uno degli aspetti più paradossali e se vogliamo disgustosi della vicenda di Aldo Bianzino: la quasi totale indifferenza delle serve dell’informazione.
Paradossale perchè nonostante il povero falegname sia entrato vivo e sano in una cella d’isolamento (cioè era da solo), c’è ancora chi “invita alla prudenza, senza il bisogno di prospettare responsabilità a carico del personale”, come se la morte “accidentale” abbia prima bussato alla porta, senza chiave e senza permesso ovviamente, e quindi non sia meritevole di cronaca e di prima pagina.
Disgustoso perchè a pochi chilometri dal casolare di Aldo, e pochi giorni dopo, si è consumata un’altra tragedia, quella della povera studentessa inglese Meredith, trovata uccisa nella sua abitazione, meritando invece tutte le attenzioni dei nostri media “da marciapiede” (senza offesa per le prostitute, paragonandole a buona parte dell’informazione); probabilmente la morte “anomala” in carcere di un uomo tranquillo, (pure “drogato” e dedito alle pratiche di meditazione indiana), con evidenti responsabilità ancora da chiarire da parte del personale carcerario, non interessa, o meglio, non deve interessare nessuno, forse anche per non accrescere la sfiducia nei confronti dei tutori dell’ordine pubblico e comunque di chi indossa una divisa, dopo i fatti che hanno portato all’uccisione del tifoso laziale in un Autogrill, e soprattutto dopo le reazioni alla discutibile rinuncia ad una Commissione d’inchiesta che doveva indagare sulla brutale repressione delle Forze dell’ Ordine durante il G8 di Genova nel luglio 2001.

Il carcere dista pochi chilometri dalla casa di Meredith; Aldo vi è morto solo qualche giorno prima, ma a quanto pare, o meglio, secondo quanto (non) si legge e (non) si dice, quel carcere e tutta questa vicenda sembrerebbero non esistere.
Come detto, le indagini proseguono, nonostante il silenzio, nonostante il 10 di novembre almeno duemila persone sono sfilate nelle vie di Perugia per ricordare Aldo e chiedendo che giustizia venga fatta.

E’ vero che non dovremmo stupirci: siamo in un Paese dove potere e informazione giocano sempre assieme, dettano le regole di una democrazia dove gli interrogativi importanti hanno poche risposte e neanche precise, e alla lunga chi gioca e fa sempre banco, come si sa, vince, anche con questi silenzi concordati e prevedibili.

Perché, come Foucault ricordava, il silenzio non è sempre il segno della sconfitta, anzi a volte è uno strumento utilizzato per incutere più paura.

Autore: Salvatore blog: http://liberifinalmenteliberi.splinder.com


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