Stravolti dalla confusione, nell’insolito mare della rivoluzione
Published by HAVEADREAM Ottobre 16th, 2007 in Senza categoriaSocietà e democrazia. Politica e cambiamento. Belle parole, utopie forse, se confrontate con l’attuale malcontento popolare attraverso la protesta mediatica di Beppe Grillo o rafforzate dal transfert di commemorazioni come gli ottant’anni dall’esecuzione negli Usa degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti e dai quarant’anni dalla fucilazione del rivoluzionario Ernesto Guevara, ma che niente hanno a che vedere con la Storia e la Volontà di cambiamento in Italia, anche nelle forme più eversive, anche attraverso il Terrore istituzionale. Superato il “compromesso storico” e allontanata (temporaneamente, a quanto si re-intravede) la vecchia classe politica con Tangentopoli, la società civile è invece alle prese con un generale disgusto verso la politica, attenuato finora di Governo in Governo grazie anche allo scolorimento progressivo delle ideologie storiche che hanno caratterizzato il nostro Paese. Ma le cose, a quanto pare, non sono poi tanto cambiate da allora, quando iniziai ad ascoltare le convinzioni politiche di papà, in “quel” particolare momento, gli inizi degli anni 80, con le bombe nelle stazioni ferroviarie e gli aerei di linea colpevoli di essersi scontrati con un missile e per questo “graziati” (nel senso del colpo di grazia) dal silenzio di Stato. Erano gli anni della “paranoia”, dove anche un gesto, una stretta di mano, era riconducibile ad una ideologia politica, e mi ricordo per esempio di come nell’istituto scolastico che frequentavo la politicizzazione era d’obbligo, quindi esserne “impreparati” e soprattutto non schierati e dichiararlo nelle assemblee non significava solo l’isolamento ma anche qualche bullo di destra che t’aspettava lungo i corridoi per suonartele di santa ragione, con la triste prospettiva di altri manigoldi, ma di sinistra stavolta, che t’attendevano dietro l’angolo della strada per completare l’opera. Si conviveva con gli ultimi focolai di Lotta Continua, ormai agonizzante, e un certo modo di essere “a sinistra” che stava cambiando, vuoi anche l’imbarazzo del Partito per via dei “compagni che sbagliavano” e che uccidevano anche altri “compagni” o, nella migliore delle ipotesi, “gambizzavano”; un imbarazzo che comunque portò la mia generazione sì a riflettere, ma che non impedì né a me né a tanti altri un percorso quasi obbligatorio verso un certo modo di vivere e credere nella Sinistra o, più semplicemente, nel “comunismo”. Oggi dopo quasi trent’anni, a ridosso del nuovo Partito Democratico e dopo il meschino ballottaggio del welfare, guardo il tutto con una certa serenità e maturità nelle valutazioni politiche, e nel contempo “pratiche”, anche perchè..l’Omino Bianco ogni tanto l’ho dovuto usare pure io, fino al punto di ritrovarmi a borbottare nell’osservare l’ormai rosa pallido di una bandiera rossa sgualcita e maltrattata proprio dai legittimi tutori, e uno di questi (ahimè) sono proprio io. Chissà, mi sono spesso chiesto, è il segno dei tempi, dovuto dal crollo del “muro”, o è la fine di una lunghissima stagione di illusioni e speranze, nata sotto il segno infausto della lotta armata? Di sicuro la giovane età e la severità di mio padre mi salvaguardarono da “avventure” che invece fecero breccia nei cuori e nelle teste di altri studenti un po’ più grandicelli e assai più ”convinti” di me, e non posso negare di essere stato io stesso affascinato dall’impegno politico di alcuni di loro, partecipando con un certo timore a manifestazioni antimperialistiche contro gli Usa e antiapartheid contro il Sudafrica, ma mi resi conto, dopo un pò, che qualcosa non funzionava come doveva: le manifestazioni erano sterili, immotivate, e gli stati d’animo erano così sensibili a ben altri tipi di lotte, magari con i bastoni e bottiglie incendiarie, che mi sono dovuto defilare, e non senza qualche rimpianto, devo ammettere. Certamente non ero ancora in grado di comprendere cosa era giusto o sbagliato, ma il mio istinto di conservazione (..o la paura, se vogliamo) mi riportò alla realtà, dove la lotta armata risultava perdente, in ambedue gli estremismi, con il solo effetto di rafforzare quello che allora era considerato “immobilismo politico”, dovuto a trent’anni di Governo a maggioranza democristiana. E pur non essendo un sociologo o uno studioso dei movimenti di massa, credo risultasse evidente già allora, rileggendo la storia d’Italia degli ultimi 150 anni, che in un Paese dove il Risorgimento è stato la nostra massima espressione rivoluzionaria, era impensabile attuare un cambiamento così drastico soprattuto attraverso il linguaggio delle armi, senza almeno uno stravolgimento culturale che coinvolgesse intellettuali, operai e alcuni strati piccolo-borghesi: lo dimostra lo stesso Fascismo che arrivò al potere sì con la forza ma soprattutto attraverso l’entusiasmo e l’approvazione della maggioranza degli italiani, lo dimostrano i tentativi di “golpe” mai concretizzati nel 1964 con il “piano Solo” e nel 1970 con il “golpe Borghese”, anche perchè i poteri “oscuri” furono lungimiranti in questo senso, probabilmente rendendosi conto che l’Italia non era né la Gregia né il Portogallo, e la dittatura militare, in un Paese dove la presenza e la Storia del più forte partito comunista dell’occidente rappresentava larga parte delle masse, poteva significare anche una infruttuosa e sanguinosa guerra civile. Quindi come era pensabile, in una situazione così incertà, cercare di assurgere ad avanguardia rivoluzionaria, nonostante i vari fallimenti anche reazionari, quando la società non rispondeva più a nessun segnale in questo senso e quando era invece evidente che la società stava GIA’ cambiando, grazie anche allo stravolgimento delle dinamiche geo-politiche di una “guerra fredda” avviata ormai verso una graduale estinzione? Il breve filmato che ho riportato, tratto dal film di Sergio Leone “Giù la testa”, è in un certo senso premonitore (nel 1971 le prime Br ancora si “esercitavano” nelle fabbriche, dando fuoco alle automobili dei “capetti”) degli errori di nuove e vecchie rivoluzioni, soprattutto quando esperienze diverse (John militante dell’IRA in qualità di “bombarolo”, Juan ladro e “peone” senza “coscienza di classe” durante la rivoluzione messicana) non coincidono per ragioni politico-sociali (anche perchè indipendenza e rivoluzione sono cose ben distinte). Infatti c’è una enorme differenza che corre tra un Paese colonizzato o comunque ai margini del sistema capitalistico (come il Messico) e un Paese dal forte senso nazionalistico, come l’Ulster. Differenza che nel film sfugge a John e sfuggirà, nella realtà, al fenomeno terroristico in Germania, Italia e in Francia; ma soprattuto il difetto di molte rivoluzioni (salvo rare eccezioni, come quella cubana o la sollevazione degli indigeni nel Chapas assieme all’esercito rivoluzionario zapatista) è stato quello di iniziare ad essere l’avanguardia del popolo, per poi finire di farne a meno. Oltretutto, ritornando in Italia e alle sensazioni raccolte dalla mia generazione, questa distorta equivalenza tra impegno politico, rivoluzione e lotta armata, sia a destra che a sinistra, ha portato nel quinquennio 1976-1980 a ben 10.000 episodi di violenza politica: quale insegnamento o “passaggio delle consegne” potevamo avere noi, poveri deficienti con il walkman e Madonna nelle orecchie, da simili esperienze? Tant’è che ora mi ritrovo ad apprezzare quel “buonismo” di noi “ragazzi dell’85”, con le nostre spille-bottone dei Police e dei Duran Duran, forse perchè cominciavamo a renderci conto che la realtà italiana era ed è tutt’ora cosa ben diversa da quella di altri Paesi presi come modello di riferimento rivoluzionario; senza dubbio eravamo più rincoglioniti e meno politicizzati dei nostri padri o dei nostri fratelli più grandi, questo si, ma sicuramente non così ingenui da importare ed imporre modelli di cambiamento radicale della società attraverso il linguaggio astruso dei Tupamaros uruguayani o quanto espressamente riportato dal clandestino “Piccolo manuale del guerrigliero urbano” di Carlos Marighela. Ora che lo scontro sociale fa parte del passato, l’impegno minimo è quello di far sì che degenerazioni di questo tipo non si ripetano più. Ciò non toglie però che nel perseverare così tanto nel “buonismo”, abbiamo permesso la repentina chiusura dell’esperienza di Mani Pulite, tollerando abusi come il conflitto di interessi, consentendo di arrivare fino alle più alte cariche dello Stato chi deteneva il potere dell’informazione, come pure di aver avallato in più legislature la presenza alle Camere di senatori e parlamentari “pregiudicati”, così ora siamo costretti a rimboccarci le maniche per sturare la fogna, col rischio di rimanere intossicati dal puzzo una volta tolto via il tappo. E tutto questo nel pieno della legalità e nel rispetto della Costituzione, senza tanto ardire o estremizzare, e senza il bisogno di allarmismi di circostanza nel rievocare l’incubo degli “anni di piombo”, solo perchè si è arrestato quattro balordi che si sono autoetichettati nostalgicamente con la stella sghimbescia a cinque punte, qualche giorno prima (guarda caso…) della manifestazione contro l’ampliamento della base Usa di Vicenza. I tempi sono cambiati, c’è poco da fare. Noi facciamo già parte, ma forse non tutti se ne sono resi conto, di una “rivoluzione” in corso: Internet, il mondo dell’informazione e la libertà di dialogo a portata di un clik. Basta semplicemente aprire gli occhi, oltre ad accendere ill computer, e prendere coscienza dei propri mezzi, oltre a prendere spunto dai “vaffanculo” provocatori di Beppe Grillo; bisogna, anziché agire, interagire, scambiandosi cioè i propri punti di vista, le proprie idee, i propri progetti futuri, mettendosi in discussione ad ogni discussione. Questa è la vera presa di coscienza, soprattutto nell’era dell’on-line, delle web-cam e della banda larga, che ti consente di dialogare e di guardare in faccia e raccogliere anche il punto di vista di un misantropo delle isole Faroer. Con una tale miriade di informazioni ed esperienze a nostra disposizione, non è possibile ripetere gli errori del recente passato, dove la delusione di una generazione ha imposto ad un metalmeccanico del Sud di abbandonare baracca e burattini per raggiungere Milano e la causa brigatista, o come nel caso del giovane estremista di destra Alessandro Alibrandi, figlio di un noto giudice, di impugnare una pistola e uccidere, per poi morire a sua volta in uno scontro a fuoco con le Forze dell’ Ordine. Perché “la critica delle armi non può sostituire l’arma della critica”, riprendendo un vecchio concetto marxiano,..a dire il vero un po’ rielaborato e aggiornato ai tempi d’oggi. Parole pregne di buon senso, ieri come oggi e, in quanto tali, libere da gabbie ideologiche.

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