Spettacolo per la scuola di Isagarth
0 Comments Published by Redazione Maggio 14th, 2008 in Senza categoriaPer continuare i lavori di costruzione della scuola in India

per maggiori informazioni: http://isagarth.splinder.com/

Accordo urbanistico Rione Rinascimento-Parco talenti (delibera di C.C. n. 80/2000) -ridicola vicenda del nuovo centro AMA, previsto a lato della Casa di Riposo Comunale Roma 2-Centro di cura per malati di Alzheimer, di case private, e di nuove palazzine del comprensorio Rione Rinascimento, a cui sarà cosè garantita una splendida “vista su deposito AMA”.
Gran Premio Municipio IV presso l’Autodromo Casal Boccone, un interessante circuito urbano adatto a guidatori particolarmente preparati, reso praticabile dal lentissimo avanzamento dei lavori di rifacimento della strada nell’ambito dell’accordo urbanistico Rione Rinascimento-Parco Talenti (delibere di C.C. nn. 83/2000, 44/2003).
Premiazione finale degli automobilisti che superano senza incidenti -specie di notte- il difficile percorso.
Finalmente un articolo che semplifica qualsiasi spiegazione sulla situazione in cui versa ROMA e non necessariamente Suburbia, lo devo far leggere a chi vive lontano da qui e pensa che Roma sia la Capitale di qualcosa se non degli “umarells“:
“Allarme Roma. Non è il tabaccaio di fronte, questa è la comunicazione del Macro. Per il 2008 ciao ciao alla ‘rinascita romana’

Di foglietti così capita a tutti di vederne, in giro. Dal classico “Torno subito” del salumaio impegnato in impellenti bisogni fisiologici, al “Suonate interno 23″, magari della lavandaia con la verdura sul fuoco. Certo nessuno si sognerebbe di leggerne uno alla porta di un importante museo di una capitale europea. Magari a Parigi, al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, per esempio. O a Londra, all’Ica. O al nuovo New Museum di New York, giusto per citare centri d’arte parigrado rispetto al nostro: ovvero non grandissimi, ma comunque con ambizioni internazionali.
E invece accade a Roma, dove il Macro ha esposto, in data 30 dicembre, il foglietto che vedete sopra. E che ancora sta li. Stupisce che un grande museo si possa fermare perché manca la luce, certo. Stupisce ancor più che lo possa fare per giorni e giorni, non tuttalpiù per qualche ora. Ma è ancor più grave il fatto che lo comunichi con foglietto e pennarello! Eppoi stupisce il silenzio generale: se anche l’ultima delle kunstverein tedesche osasse comportarsi in maniera così cialtrona, i giornali e gli stessi cittadini la seppellirebbero di ridicolo. A Roma ormai la sciatteria e il lassismo stanno diventando la norma, e allora accade che un fatto di per se isolato - seppure a livelli sublimi di dilettantismo - diventi un campanello di allarme per una situazione divenuta ormai preoccupante per lo stato della capitale d’Italia. E a sottolineare questo ora è proprio Exibart, che qualche stagione fa coniò il neologismo della “rinascita romana” (poi ripreso da tutta la stampa), scommettendo su quel clima di attivismo, dinamismo e vitalità che si percepiva nell’atmosfera capitolina, specie in ambito artistico. E che ora invece deve registrare un contesto di aree cittadine in abbandono, di arredo urbano da quarto mondo, di abusivismo diffuso, di traffico ingovernato, di sosta selvaggia e doppie file da megalopoli indiana, di sporcizia e strade degradate ovunque, anche nei quartieri più chic, come quello del Macro. Davvero si pensa che in questo contesto possa germinare una capitale dell’arte che si confronti a livello internazionale non già con Londra, New York o Parigi, ma per lo meno con Berlino, Madrid, Vienna o Zurigo? Il degrado della città - che non è certo imputabile al bravo direttore del Macro Danilo Eccher, come non gli è imputabile il foglietto sdrucito dal quale abbiamo preso spunto - è arrivato a livelli tali che i marciapiedi, il traffico, la sporcizia, l’abusivismo, la prostituzione, i graffiti e il vandalismo, l’accattonaggio, le bidonville dovrebbero essere le uniche preoccupazioni dell’amministrazione, non certo l’arte.
E tutto succede proprio mentre il sindaco festeggia il boom dei biglietti staccati nel 2007 nel circuito dei Musei Capitoli, dichiarando che per le feste natalizie Roma ha fatto il record di turisti. Quanti tra questi turisti avevano programmato un Capodanno romano anche per vedere la bella mostra di Giuseppe Gallo al Macro? Lo stesso sindaco che è stato - non a caso - protagonista della assai discussa scenata dell’opening della nuova galleria di Lerry Gagosian, svelando una inelegante subalternità all’ospite potente. Con una performance (chiusura della strada compresa) da paese sudamericano. Si chiudono strade e ci si scomoda un sabato mattina per l’opening di Gagosian e poi non si fornisce il Macro di stampanti e carta intestata per comunicare un qualsiasi “out of order”?
Vorremmo sbagliarci, ma quel foglietto sgualcito, con tanto di incespicantissima traduzione in inglisc, potrebbe diventare un simbolo che segna il definitivo tramonto di Roma come eterna candidata -
eternamente irrisolta - a reginetta del contemporaneo in Italia. Sotto a chi tocca, le sostitute (da Torino a Napoli a Milano a Bologna) non mancano di certo.”
Da: Exibart 06 gennaio 2008
autore fotofa dal blog: http://www.fota.splinder.com
Building Sounds Appuntamento il 18 Gennaio
0 Comments Published by Redazione Gennaio 3rd, 2008 in Senza categoriaStavolta parcheggiare al solito posto, nei pressi di una delle tante scale mobili del centro commerciale, sarà un po’ difficile; alla fine trovo posto in un eremo, contraddistinto dalla lettera “B”, io che ormai ero abituato alla lettera “M”, e così mi affretto alla ricerca di quel pezzo di ferro con le ruote che dovrà contenere le quattro cose necessarie per sopravvivere pure questo week end, perchè non sono il solo ad aver avuto difficoltà a trovare posto e tutte le auto che mi accompagnavano fino qui stanno a significare che prima mi affretto e meglio è, per non sostare a lungo in coda sia alle casse dell’ipermercato, sia nell’ingorgo che si genera alle uscite/entrate del parcheggio.
Il centro commerciale è assai luminoso, come i visi di coloro che si fermano a sognare lungo le vetrine dei negozi, e il fiume di gente che cerco di non calpestare alla guida del mio carrello mi consente a malapena di incrociare i loro sguardi, che come me assistono e partecipano a questo rito celebrativo, almeno una volta la settimana, in uno dei moderni templi del cosiddetto benessere.
La cerimonia si apre sempre allo stesso modo, come in ogni fine settimana: la musica che ti accompagna, il marmo che rivela il nuovo da poco inaugurato, gli stands con le “zucche arancioni” gestiti da avvenenti ragazze che vorresti vedere alla prese con decoltè o culotte all’ultimo grido anziché con la tecnica bancaria, giovani coppie con i loro pantaloni alla moda indossati ad altezza inguine, allegre e frettolose famigliole che cercano di non smarrire i pargoli che scorrazzano urlando da un negozio all’altro, negozi pieni zeppi di prodotti di ogni sorta, che suscitano interesse nei passanti fermi a guardare, ma fondamentalmente vuoti di clienti e di personale.
L’unico a fare comunque incassi è il negozio-pilota, l’ipermercato, nonostante delle trentacinque barriere casse solo in quindici sono operative, che, in un sabato dopo il 27 del mese, in prossimità del Natale, anche se stiamo parlando della periferia di Roma, la dice lunga di una certa prudenza nello sperperare quattrini di questi tempi.
Ci sono anche delle esagerazioni in un senso e nell’altro, certo, come il carrello stracolmo di una coppia di mezza età che sborsa la bella cifra di 230euri, mentre in un’altra cassa tre ragazzi presumibilmente dell’Europa dell’Est sono in coda con in mano qualche bottiglia di birra, due buste di barbabietole, cipolle e patate; situazioni al limite e poco attendibili si dirà, sta di fatto che il malessere economico che ha cominciato a far capolino presso molte famiglie italiane da qualche anno a questa parte non mette comunque in crisi coloro che a fine giornata chiudono cassa e tirano le somme, anche in realtà commerciali che hanno richiesto grossi investimenti per la loro realizzazione, nonostante il mark-up tra costi e ricavi continua ad essere al di sotto delle aspettative.
Per quanto mi riguarda, sono per l’ennesima volta fiducioso, “dopotutto sono quasi vent’anni che faccio la spesa, qualcosa dovrei aver imparato” e vado sicuro nel tirare fuori i danari necessari per le solite quattro cose acquistate.
Ma non è così. Una signorina gentile e soprattutto carina mi sorride e alla fine mi dice: “70euri”, aumentando quel senso di vuoto attorno a me (soprattutto nel portafogli) quando vagabondo in simili strutture che, nella fattispecie, ai margini della Capitale, quasi senza illuminazione stradale, quasi senza strade, ricordano un futuristico paesaggio lunare con la razza umana relegata in un enorme monoblocco in grado di far dimenticare un cielo e un Sole,
E’ quel senso di vuoto che nella realtà avanza sotto forma di mattone verso la campagna romana, regalando l’illusione di “urbanizzazione” e “riqualificazione” con strutture commerciali ad ampia gamma di negozi e gli annessi entertainment come i cinema multisala e varie attività di ristorazione, senza che le autorità locali pensino prima alle necessità di chi si trova a vivere il quartieri periferici con strade principali dalla carreggiata ridotta e soprattutto accidentate, dove la prima farmacia si trova distante qualche chilometro e che per raggiungerla bisogna attendere il transito dei pochi autobus in strade isolate e scarsamente illuminate, in quartieri che il piano di urbanizzazione prevedeva con abitazioni e negozi di prossimità, negozi che ancora non ci sono e che non ci saranno perchè con l’apertura del centro commerciale finirebbero per chiudere prima di iniziare.
In tutto questo, il centro commerciale ha la sua funzione strategica oltre che economica, è un’oasi, un momento di relax (..o di stordimento, se vogliamo) per la comunità periferica, è il riscatto illusorio di una Roma “a parte”, o, meglio, “messa da parte”, dove il cemento che avanza ha perso il controllo degli amministratori locali, impegnati come sono a salvaguardare dalle piogge acide il bianco marmoreo della Scalinata di Piazza di Spagna per la prossima sfilata di moda mentre continuano i suffumigi quotidiani dei gas di scarico nei quartieri limitrofi, oppure sottovalutando il rischio amianto in altre zone della Capitale.
Mentre cerco di risolvere il “mistero del contenuto del carrello” e nel contempo di realizzare come fosse stato possibile sottrarmi quelle che erano 140.000 delle vecchie lire, percorro il tratto che mi porterà nuovamente alle scale mobili, e non posso non ripensare ai vecchi preparativi per le feste natalizie, fatti di giorni passati nei mercati rionali ad acquistare con la nonna ciò che solitamente ad una certa ora, verso la chiusura, rimaneva e si otteneva a buon prezzo, a dispetto di queste moderne centrali del fai-da-te prive di quella umanità fatta oltre che da persone anche da piccole attività commerciali ormai in via di estinzione assieme alla borgata. Ma soprattutto si acquistava il necessario anche quando era possibile avere qualcosa di meglio e soprattutto di più.
In questo c’è tutto un vissuto che andrebbe riscoperto e confrontato con una attenta rielaborazione del concetto di progresso e di moderno dal punto di vista del consumo, con la falsa sicurezza nell’avere il frigorifero pieno che equivale un po’ alla stessa falsa sicurezza di chi ha sempre il pieno di benzina pur percorrendo solo pochi chilometri al giorno; andrebbero riviste anche alcune dinamiche legate alla produzione dei cosiddetti beni di consumo, dove il prezzo e il mercato viene regolato oltre che dalla qualità anche dalla quantità. Si parla così tanto di polveri sottili, di ecosistema a rischio, e siamo così legati al luogo comune che più automobili significa necessariamente più inquinamento da non tenere conto che anche più produzione in assoluto significa più inquinamento, a tal punto da continuare imperterriti a prenderci per i fondelli da soli con le “domeniche ecologiche”, per ricominciare di fatto il lunedi fino al venerdi a percorrere tranquillamente anche con il proprio inutile SUV le congestionate strade cittadine, o quando il Sindaco ci invita ad utilizzare di più i mezzi pubblici, autobus che peraltro inquinano ognuno quanto venti automobili messe assieme.
Se non riusciamo a comprendere che il problema dell’inquinamento globale non sta solo in un tubo di scappamento ma anche nel petrolio e nell’olio necessario a produrre quel pacco di biscotti in più che divoriamo senza motivo durante la settimana, non saremo mai in grado di fermarci a riflettere su tutta una serie di problematiche legate alla produzione eccessiva per un consumo eccessivo.
La logica perversa innescata dal prezzo interessante, dai “3×2”, dai “sottocosto”, o in nuovi concept di risparmio nei negozi definiti “outlet” dovrà essere superata, e il carrello o lo shopper pieno, come il portamonete, non è sempre indice di benessere o di una serie di ottimi e irripetibili affari da non perdere lungo gli scaffali.
Si è parlato spesso di decrescita e di consumo critico.
Ognuno può chiamarlo come crede, ma è evidente che bisognerà prendere in qualche modo le misure contro un mercato, soprattutto quello che riguarda i generi alimentari, regolato e manipolato dai colossi della Grande Distribuzione, alcuni dei quali addirittura presenti in Borsa a Wall Street e con capacità finanziarie in grado di influenzare l’industria, il prodotto, compreso il consumatore stesso.
Fermarsi e riflettere, cioè quello che il sottoscritto non stà facendo completamente, mentre frettolosamente sistema nel vano posteriore dell’automobile i propri acquisti, con gli onnipresenti pilastri a sostegno della enorme struttura, attraversati da un vago segnale di luce che lascia intravedere il deserto oltre il parcheggio.
E così, mentre attraverso il nucleo urbano di nuove costruzioni a ridosso del verde e del centro commerciale, nei pressi di una Roma già al buio, penso che anche oggi ho vinto la mia personale battaglia contro il frigorifero pieno, con la speranza che altri come me comincino ad aprire gli occhi e a partecipare ad un consumo critico e sostenibile in grado di far collassare un sistema economico che continua a condizionare negativamente l’ecosistema e fortemente anche noi stessi.
Certamente una tendenza votata alla decrescita provocherebbe uno sconquasso inimmaginabile in termini monetari, con apparati industriali parzialmente a regime o dismessi a breve, e con la triste prospettiva di vedere centinaia di migliaia di persone senza lavoro, uno tra questi anche il sottoscritto dal momento che la propria professione ruota attorno alla Grande Distribuzione Organizzata. Ma da qualche parte bisognerà pur cominciare per arrivare a mettere un punto a tutto questo.
E’ la volontà di modificare il proprio comportamento, che non deve conoscere attenuanti, necessaria per un futuro migliore, per tutti, anche per coloro che, nel Terzo Mondo, hanno continuato a conoscere solo più bisogno condito con più miseria, nonostante in Europa negli ultimi 10 anni le persone in sovrappeso sono aumentate del 30%, mentre in Italia ben 16 milioni superano il peso ideale e di queste circa 4 milioni possono essere classificate come obese. Un vero e proprio calcio nello stomaco di chi continua ancora a morire di fame.
Oppure continuare a vivere la realtà, al richiamo e alle attrazioni dei centri del benessere commerciale, del “paese dei balocchi”, e dal momento che siamo vicini al Natale, con la tradizione dei regali alle porte potremmo anche attendere l’anno nuovo per questo tipo di discorsi, continuando a imperversare lungo le vetrine dei negozi, con i manichini che indossano una speranza di acquisto che si specchia nei nostri sguardi luminosi che ci rende forse più pupazzi di quelli che abbiamo di fronte, lontani dalla città, lontani dai problemi, lontani dal mondo in genere, nel buio della necessità di soddisfare i propri bisogni squarciato dall’illusione di un carrello pieno.
Di tutto, di più, ovvio, ma con il giusto spazio dedicato al vuoto assoluto.
Il braccio violento del Sistema
0 Comments Published by HAVEADREAM Novembre 28th, 2007 in Senza categoria
Verrebbe la voglia di scomodare Foucault (non quello del “pendolo”) per sentire il suo parere in merito, peccato solo che sia scomparso più di vent’anni fa.
La vicenda in questione riguarda un altro scomparso, il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, morto in carcere più di un mese fa in circostanze ancora da chiarire, dopo essere stato arrestato assieme alla sua compagna perchè sorpresi a coltivare piantine di canapa indiana nella loro casa di campagna nei pressi della cittadina umbra di Città di Castello; arrestati il 12 ottobre e condotti nel carcere di Perugia, il 14 a mattina Aldo viene trovato morto nella sua cella d’isolamento.
In un primo momento si era pensato ad una complicazione cardiaca, ma dai primi esami autoptici risulterebbero lesioni interne alla milza, fegato e al cervello provocate da fattori esterni tali da non lasciare segni sul corpo. Oltre all’inquietante possibilità che ignoti abbiano avuto facile accesso nella cella che lo ospitava, l’aggravante per la direzione carceraria consiste soprattutto nella testimonianza di alcuni detenuti che hanno sentito chiaramente il campanello da un cella e i lamenti di chi chiedeva inutilmente aiuto nella notte precedente il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo.
L’inchiesta del magistrato (che, per tragica ironia della sorte, è lo stesso che aveva portato all’arresto dei due) è ancora in corso, e del fatto se ne sta occupando anche l’Osservatorio Sulle Repressioni, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, e a quanto sembra pure Amnesty.
Rimane lo sgomento per la morte assurda di un uomo considerato da tutti “mite”, che con la sua compagna, i suoi tre figli, e la suocera, non chiedeva altro di continuare dignitosamente il suo lavoro e vivere la propria esistenza attraverso la meditazione, il canto e la musica, magari con l’ausilio di qualche “spinello”, invece di finire in carcere per la coltivazione di canapa (anche se una recente sentenza della Cassazione ha confermato che può essere coltivata “per uso ornamentale”), senza il minimo sospetto di spaccio: infatti Aldo Bianzino non era titolare di nessun conto corrente bancario e al momento in cui è avvenuto l’arresto e la perquisizione oltre alle piantine sono stati trovati solo 30 euro, cifra che notoriamente fa di una persona un narcotrafficante…..
Dicevamo di Foucault.
Senz’altro la vicenda di Aldo non rientra nei suoi schemi, perchè il carcere, secondo quanto afferma nel libro Sorvegliare e punire, non rieduca ma anzi è la fucina che forgia ancor più i criminali, perchè i delinquenti sono “utili” al Sistema, anzi per il Sistema sarebbe più pericolosa una società senza crimine.
Aldo non era un delinquente, quindi non era materia prima di studio per il filosofo francese, ma quanto è successo solleva comunque dei pesanti interrogativi intorno al mondo carcerario:
- Se il carcere è una istituzione votata alla “correzione” di chi commette un reato, qual’è il metro di paragone che porta due individui, uno condannato per omicidio plurimo premeditato e l’altro per possesso di stupefacenti, a passare parte della loro vita dietro le sbarre, nello stesso luogo, con le stesse modalità, nonostante reati così diversi tra loro?
- Saranno possibili attività di recupero diverse, nonostante lo stesso oppressivo ambiente renda tutti (ingiustamente) simili?
- Con quale criterio, per esempio, può la “buona condotta” (che per molti può essere anche la rassegnazione alla detenzione) di un omicida far meritare la scarcerazione per poi finire di nuovo ad uccidere come nel caso di Angelo Izzo, mentre il malessere e l’insofferenza di chi è finito in carcere ingiustamente per una delazione estorta non merita altro che l’isolamento e l’indifferenza, come nel caso di Enzo Tortora?
- Allo stesso modo di cui sopra, può considerarsi errata anche la valutazione in fase di giudizio e condanna, il che significherebbe “allevare” un innocente in carcere per crescerlo poi criminale, come affermava Foucault?
A queste domande, poi, va aggiunto uno degli aspetti più paradossali e se vogliamo disgustosi della vicenda di Aldo Bianzino: la quasi totale indifferenza delle serve dell’informazione.
Paradossale perchè nonostante il povero falegname sia entrato vivo e sano in una cella d’isolamento (cioè era da solo), c’è ancora chi “invita alla prudenza, senza il bisogno di prospettare responsabilità a carico del personale”, come se la morte “accidentale” abbia prima bussato alla porta, senza chiave e senza permesso ovviamente, e quindi non sia meritevole di cronaca e di prima pagina.
Disgustoso perchè a pochi chilometri dal casolare di Aldo, e pochi giorni dopo, si è consumata un’altra tragedia, quella della povera studentessa inglese Meredith, trovata uccisa nella sua abitazione, meritando invece tutte le attenzioni dei nostri media “da marciapiede” (senza offesa per le prostitute, paragonandole a buona parte dell’informazione); probabilmente la morte “anomala” in carcere di un uomo tranquillo, (pure “drogato” e dedito alle pratiche di meditazione indiana), con evidenti responsabilità ancora da chiarire da parte del personale carcerario, non interessa, o meglio, non deve interessare nessuno, forse anche per non accrescere la sfiducia nei confronti dei tutori dell’ordine pubblico e comunque di chi indossa una divisa, dopo i fatti che hanno portato all’uccisione del tifoso laziale in un Autogrill, e soprattutto dopo le reazioni alla discutibile rinuncia ad una Commissione d’inchiesta che doveva indagare sulla brutale repressione delle Forze dell’ Ordine durante il G8 di Genova nel luglio 2001.
Il carcere dista pochi chilometri dalla casa di Meredith; Aldo vi è morto solo qualche giorno prima, ma a quanto pare, o meglio, secondo quanto (non) si legge e (non) si dice, quel carcere e tutta questa vicenda sembrerebbero non esistere.
Come detto, le indagini proseguono, nonostante il silenzio, nonostante il 10 di novembre almeno duemila persone sono sfilate nelle vie di Perugia per ricordare Aldo e chiedendo che giustizia venga fatta.
E’ vero che non dovremmo stupirci: siamo in un Paese dove potere e informazione giocano sempre assieme, dettano le regole di una democrazia dove gli interrogativi importanti hanno poche risposte e neanche precise, e alla lunga chi gioca e fa sempre banco, come si sa, vince, anche con questi silenzi concordati e prevedibili.
Perché, come Foucault ricordava, il silenzio non è sempre il segno della sconfitta, anzi a volte è uno strumento utilizzato per incutere più paura.
Autore: Salvatore blog: http://liberifinalmenteliberi.splinder.com
Il risveglio del dolore e della memoria. Spike Lee e la strage di Sant’Anna di Stazzema
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Parlare di guerra non è poi così facile, anche se nel caso del Secondo Conflitto Mondiale la storiografia, le testimonianze, le numerose pubblicazioni anche romanzate, nonché il cinema e la televisione, hanno dato sicuramente una mano a chi, come il sottoscritto, storiografo non è e si limita alla sola lettura. La difficoltà maggiore forse è riuscire a non essere coinvolti nelle ovvie dispute che vedono da una parte i “vincitori” e dall’altra i “vinti”.
Per questo non è facile esprimere un giudizio obbiettivo sulla polemica in corso riguardo il nuovo film di Spike Lee, “Miracolo a S.Anna”, che prende spunto da libro omonimo di James McBride e incentrato sulla vera storia del soldato americano di colore William Perry in una Versilia che vedeva in quei giorni la 16sima Divisione Panzergrenadier SS commettere uno dei massacri più atroci ed efferati della Seconda Guerra Mondiale sul suolo italiano, nel paese di S.Anna di Stazzema, uccidendo oltre 550 persone, in prevalenza anziani, donne e bambini.Per molti questo film doveva essere una occasione per ricordare la verità storica accertata dal Tribunale Militare di LaSpezia, ma a quanto sembra nel film c’è qualcosa che non va. La critica che viene mossa riguarda la scena in cui un ufficiale tedesco chiede al parroco del paese, don Innocenzo Lazzeri, anch’egli poi trucidato, il nascondiglio dei partigiani: secondo alcuni storici e reduci, questo “volo di fantasia” del regista falserebbe e di molto la realtà dei fatti accaduti, in quanto la presenza dei partigiani potrebbe rendere di fatto il massacro una mera rappresaglia, proprio in questi giorni che, coincidenza, la Corte di Cassazione con sentenza del 8 novembre scorso ha confermato essere stato invece un eccidio dipeso da “atto terroristico premeditato con lo scopo di dissuadere la popolazione civile dall’aiutare i partigiani”.
Probabilmente per noi che viviamo nel secolo delle “guerre tecnologiche” e delle “bombe intelligenti” il senso della polemica è difficile da cogliere, come l’accusa di “revisionismo” mossa nei confronti di un film che, come detto, è incentrato sulla vita di un soldato di colore, e il dettaglio “inventato” della presenza di partigiani nei pressi di S.Anna di Stazzema non nasconderà certo l’orrore di alcuni episodi come quello narrato recentemente in una trasmissione televisiva di Carlo Lucarelli da uno dei testimoni arrivati dopo l’eccidio, il rabbino capo di Roma Elio Toaff, allora partigiano, che in un casolare trovò una donna seduta, morta, con il ventre squarciato probabilmente a colpi di baionetta a cui era stato asportato il feto.Ma a onor del vero è anche comprensibile da parte dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) il senso di indignazione nei confronti di un film che verrà proiettato in tutto il mondo, e che nella rappresaglia palesa una responsabilità indiretta dei partigiani nella strage, ingannando chi, come tanti anche nel nostro Paese, non conosce a fondo le vicende italiane legate alla Resistenza, e a tal proposito sono state abbastanza inopportune le affermazioni di chi ha definito “provinciali le accuse nei confronti di un film, e che quindi non è un documentario, e che l’introduzione del particolare come la ricerca del partigiano potrebbe essere servita al regista per drammatizzare (?) la sua storia”, come se nel trucidare e dare fuoco a quasi seicento esseri umani non fosse già di per sé un fatto drammatico nel sostenere la trama di un racconto o di un film.
Certamente non è nelle intenzioni di Spike Lee e della produzione di offendere la Resistenza e i partigiani, ma allo stesso tempo va anche detto che il film nasce da una co-produzione italo-americana che si è avvalsa della consulenza di storici dell’Università di Pisa, quindi è abbastanza insolita la “licenza” della probabile presenza di partigiani nei pressi di S.Anna di Stazzema che nei fatti non è stata mai riscontrata, e dal momento che le riprese sono iniziate da poco, non rimane quindi che confidare in un altro tipo di “revisione”, stavolta dettata dal buon senso dei produttori e da un regista “contro” come Spike Lee nel riconsiderare più valida la Storia nei confronti della narrazione cinematografica.
Come dicevo, è facile parlare di guerra, avere certezze, soprattutto per chi come me è figlio di chi era appena nato nel 1944 e che nelle narrazioni dei propri nonni si è fatto un’idea di un conflitto che bussava con i calci dei fucili alla porta di casa, e dove ogni luogo non era mai il più sicuro per nascondersi.L’importante è parlarne, si dirà, al di là delle manipolazioni.Di certo è che la “storia vera” è un’altra cosa rispetto alla rappresentazione in un contesto dove popcorn e patatine rompono il silenzio di una sala buia, la “storia inventata” non può essere confusa con vicende realmente accadute, ancora vive nei reduci, nei cuori di chi ha respirato l’odio e la guerra, e di chi, come me, ne ha raccolto in parte l’eredità morale.
Anche se la guerra, di morale, non ha proprio un bel niente.
Autore: Salvatore blog http://liberifinalmenteliberi.splinder.com
Evo Morales e il “nuovo umanesimo”
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Evo Morales?“E chicazz’è?”, si chiederà qualcuno, e non a torto.
Evo Morales è un capo di Stato, e più esattamente il Presidente della Bolivia, in visita ufficiale in Italia nei giorni passati, visita che evidentemente non è stata ritenuta meritevole del dovuto interesse da parte della nostra palude informativa, tanto da passare quasi inosservata o da meritare una pagina numero 15 del Corriere.
Ma chi è veramente Evo Morales?
Un perfetto “nessuno” per alcuni, per altri “un narco-indio bacato in testa”.
Per molti però Evo Morales è il primo Presidente indio del continente americano; è stato uno dei tanti cocaleros, i contadini coltivatori della foglia di coca, e poi anche sindacalista, lottando per i diritti della sua gente, fino a portarla ad un ciclo di proteste, culminate in quella che può essere definita la prima “guerra dell’acqua” della storia umana, in grado di far dimettere due Presidenti.
La sua elezione nel dicembre 2005 costituisce un unicum nella storia sudamericana, con ben il 54% delle preferenze a suo favore, in uno dei Paesi più poveri al mondo, che fino a quel momento parole come democrazia e dignità neanche sapevano dove fossero di casa, con circa 10 milioni di abitanti composto dal 80% da indios di varie etnie e con oltre 6 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà.
Con una eredità del genere, tipicamente sudamericana, dovuta a decenni di sfruttamento delle risorse naturali da parte del cosiddetto “neocolonialismo” delle multinazionali, nel giro di un anno e mezzo questo signorotto di mezza età sta rispettando il patto con i propri elettori: “gli idrocarburi sono dei boliviani. In Bolivia il neoliberismo deve finire” aveva detto, e infatti arrivò il Decreto che nazionalizzò i circa 60 giacimenti di idrocarburi presenti in Bolivia e che invertì la tendenza in essere fino a quel momento (82% alle multinazionali, il resto come mancia allo Stato), intimando alle multinazionali 180 giorni di tempo per rinegoziare i nuovi contratti e ad accettare stavolta loro il 18% degli utili, altrimenti sarebbero state costrette ad andarsene.
Perchè la Bolivia è ricca di risorse naturali: ha le seconde riserve naturali di gas del continente dopo il Brasile, e produce circa 40.000 barili di petrolio al giorno, e “el Evo”, come viene chiamato, l’aveva promesso: “cominciamo dagli idrocarburi, poi toccherà alle miniere, quindi alle foreste fino alla terra”.
Ma non è solo attraverso gli interventi statali a carattere straordinario che questo contadino si sta distinguendo.
Evo Morales sta cercando di recuperare il ritardo storico della Bolivia nei confronti anche dei suoi competitor e partner commerciali non solo attraverso i nuovi flussi finanziari e gli introiti derivati dal petrolio, ma anche nel riconoscimento dei valori della tradizione delle comunità indigene di cui fa parte, riscoprendo concetti ancestrali come pacha (terra) e inti (sole) e valorizzando le nuove esperienze delle comunità agricole autogestite, ridando così al suo popolo quella dignità senza la quale è difficile percorrere la strada della democrazia.
E’ la stessa dignità che viene restituita anche ai cocaleros, per anni resi strumenti ed allo stesso tempo ostaggi sia dei narcotrafficanti che delle ingerenze contraddittorie degli Stati Uniti, che vogliono le foglie di coca depenalizzate per produrre la Coca Cola ma penalizzata per tutto il resto, fissando nel tempo e nelle genti il luogo comune che vuole la foglia di coca sinonimo di cocaina; un po’ quello che è successo con la pianta di canapa, come il “terrorista” Beppe Grillo ha ben spiegato in un suo spettacolo.
Va detto infatti che la foglia di coca è coltivata nelle Ande fin dal 3000 a.c., è una tradizione della cultura boliviana, e il suo uso è necessario alle popolazioni andine, poichè non solo la sua masticazione non provoca nessun effetto allucinogeno e di dipendenza ma anzi consente di poter vivere e lavorare alle altitudini elevate, alleviando contemporaneamente fame e fatica, grazie ad un elevato contenuto di vitamine, mentre cosa ben diversa è il cloridrato di coca, meglio conosciuta come “cocaina”, ottenibile attraverso diversi procedimenti chimici e che utilizza grandi quantità di foglie per ottenerne qualche grammo.
E’ sfatando questo luogo comune che Evo Morales sta costruendo la sua battaglia, cercando di fare pressioni proprio sul marchio prestigioso della Coca Cola, sottolineando la paradossalità nel fatto che la bibita viene venduta comunque in tutto il mondo nonostante le restrizioni degli Stati Uniti mentre il povero cocalero rischia la prigione se viene trovato in possesso di qualche foglia.
Gran personaggio, questo cocalero, con il suo concetto di “non violenza” e di “umanesimo” (diverso, secondo lui, dal castrismo cubano e dal “populismo” di Chavez in Venezuela, nonostante la stima e i rapporti commerciali in essere con le due altre realtà “ribelli” in Sudamerica) e soprattutto attraverso l’indigenismo che ha ridato slancio ad un socialismo che sembrava ormai definitivamente seppellito con il golpe del 1973 in Cile dopo l’uccisione del Presidente Salvator Allende.
Ma è un po’ tutto il continente sudamericano che sembra alla ricerca di un riscatto; dopo la riconferma del Presidente “operaio” Lula Da Silva alla guida del Brasile, e con Chavez in Venezuela, la Bachelet in Cile, la Kirchner in Argentina, la Bolivia si appresta ad entrare in un Nuovo Millennio che vede segnare il passo del neoliberismo nordamericano, attraverso la cancellazione sistematica dei Governi-fantoccio che dissanguavano e sfruttavano ad appannaggio di pochi, e il riscatto avviene attraverso un “nuovo modo di fare politica” e un nuovo modo di reinterpretare il socialismo, che non disdegna il libero mercato e l’iniziativa privata se il risultato è quello di risolvere le condizioni basilari di esistenza della popolazione, senza bisogno di elemosine e senza bisogno degli aggiustamenti dettati dal neoliberismo e dalla globalizzazione, e proprio grazie a profezie elaborate in concetti come “nuovo modo di fare politica”, a ruoli istituzionali che non devono però consentire di “non comandare comandando, ma di comandare obbedendo”, il fatto di porsi come “anticamera di un nuovo mondo” che racchiuda democrazia, libertà e giustizia, è doveroso ricordare che il vero precursore di questo “nuovo umanesimo” è stato Rafael Sebastian Guillen, meglio conosciuto come “subcomandante Marcos”, assieme ai zapatisti dell’EZLN nel Chapas messicano, che dal 1994 sono il simbolo del risveglio (armato, in questo caso) dell’orgoglio indio e di tutti i popoli oppressi dal giogo neocolonialista.
Gran personaggio, questo Evo Morales, ma anche grande umiltà.
Con la sua variopinta casacca al posto di giacca e cravatta, ha incontrato Napolitano, Prodi, D’Alema, Bertinotti, alcuni industriali e anche (pensa un po’) il “pupone” Totti, ma soprattutto ha stupito per la sua disponibilità a parlare davanti a più di mille studenti presso l’aula magna dell’ Università La Sapienza di Roma, e visitando l’edificio occupato di via De Lollis incontrando i rappresentanti di alcuni movimenti sociali italiani, tra i tanti Action, Attac, A Sud, e di rilievo anche la presenza della Fiom e di padre Alex Zanotelli.
Proprio in questo incontro Evo ha dimostrato la sua coerenza, riconoscendo le enormi difficoltà che sta incontrando e gli errori commessi da quando è Presidente, e non ha nascosto qualche autocritica al suo processo di democratizzazione attraverso la realizzazione di una Assemblea Costituente per riscrivere la Costituzione che di fatto ha rallentato il processo di cambiamento in corso, vuoi anche per le ancora influenti oligarchie economiche presenti nel Paese e anche, a quanto denuncia, per le forti “pressioni” degli Stati Uniti nel sostenere l’opposizione.
Certamente avrà tanta strada da fare, il cocalero, lui che di strade e di scalate con le pezze ai piedi e al sedere, su per le Ande, ne deve aver fatte tante, insieme al suo popolo di contadini e pastori di lama.
Chissà, forse è per questo che non merita lo spazio dovuto presso gli organi di informazione: certo il binomio contadino-politico è un po’ demodè ai giorni d’oggi, nonostante in questi giorni, neanche a farlo apposta, ricorra il cinquantenario dalla morte di un altro coraggioso contadino-politico, stavolta italiano: Giuseppe Di Vittorio.
Che lo spirito di Di Vittorio e la rivincita socialista di un continente rappresentato dalla pelle brunita e dalla sagoma tipicamente indio di Evo Morales crei un qualche imbarazzo al nostro Governo di sinistra, o di ciò che rimane della Sinistra?
Chissà.
Di certo è che Evo Morales è sì un politico ma sembra quasi un vicino di casa, è un politico ma allo stesso tempo sembra ancora un giardiniere o un coltivatore.
Di uno così ne avremmo tanto bisogno pure noi.
Perchè di uno così non puoi non fidarti, anzi gli lasceresti pure volentieri le chiavi di casa, che magari nel suo ritaglio di tempo ti sistema pure l’aiuola del giardino, e lo fa con il sorriso di chi s’aspetta solo il rispetto e il saluto, e nient’altro.
Possiamo dire altrettanto dei nostri ben remunerati politici in giacca e cravatta?
Comunque sia, il Presidente boliviano è considerato il personaggio politico dell’anno, tanto da essere uno dei candidati a Premio Nobel per la Pace.
Che sia politico o contadino, con la caparbietà dimostrata finora, anche di razionare il suo stipendio, portandolo da 25mila dei nostri euri mensili fino a 2mila euri –se si pensa che in Bolivia c’è chi è costretto a sopravvivere con uno stipendio di 3 euri mensili- Evo Morales ha dimostrato soprattutto di non farsi “alienare” dalla politica, dai ricatti di potere e soprattutto dalle minacce di “iraqizzazione” della Bolivia, e di mantenere stretto il suo legame con il passato e la sua gente.
Proprio come la nostra classe politica e la nostra “Repubblica delle banane”…
Autore: Salvatore http://liberifinalmenteliberi.splinder.com
La “legge Biagi” condannata anche dall’Onu
1 Comment Published by HAVEADREAM Novembre 2nd, 2007 in Senza categoria
…ecco la vera centrale “eversiva” del “terrorista” Beppe Grillo, dove vengono discusse le “risoluzioni strategiche” atte a soverchiare l’ordine costituito del nostro Belpaese…
Ma i gloriosi e arditi italioti artefici delle roboanti e altresì coraggiose ingiurie nei confronti dell’ anarchico-mico stavolta, dove sono?
Si sono andati a nascondere?
Comunque, a quanto sembra, appuntamento a giugno a Ginevra alla 96° Conferenza internazionale del lavoro.
Siamo stati “nominati”.
Autore: Salvatore http://liberifinalmenteliberi.splinder.com
Dal mio blog a “Le mie prigioni”: segnali di regime all’orizzonte.
1 Comment Published by HAVEADREAM Ottobre 22nd, 2007 in Senza categoria
L’arresto di Silvio Pellico e Piero Maroncelli
da “Le mie prigioni” (1820-1830) di Silvio Pellico
…….Le facezie del mio vicino mi confondevano, sebbene non potesse sfuggirmi la loro leggerezza. Dissimulai la mia credenza, esitai, riflettei se fosse o no tempestivo il contraddire, mi dissi ch’era inutile, e volli persuadermi d’essere giustificato. Viltà! viltà! Che importa il baldanzoso vigore d’opinioni accreditate, ma senza fondamento? È vero che uno zelo intempestivo è indiscrezione, e può maggiormente irritare chi non crede. Ma il confessare con franchezza, e modestia ad un tempo, ciò che fermamente si tiene per importante verità, il confessarlo anche laddove non è presumibile d’essere approvato, né d’evitare un poco di scherno, egli è preciso dovere. E siffatta nobile confessione può sempre adempirsi, senza prendere opportunamente il carattere di missionario.
Egli è dovere di confessare un’importante verità in ogni tempo, perocché se non è sperabile che venga subito riconosciuta, può pure dare tal preparamento all’anima altrui, il quale produca un giorno maggiore imparzialità di giudizi ed il conseguente trionfo della luce….
Già. La luce.
La stessa, intesa come “libera informazione in libera Rete”, che qualcuno lassù nelle alte sfere a Montecitorio vuole cercare di smorzare con il ddl propinato agli italiani in un periodo (luglio-agosto) dedito alle distrazioni e con ben altre sfere “a mollo” lungo le spiagge assolate.
Certo c’è da che preoccuparsi e, nonostante le smentite del sottosegretario Ricardo Franco Levi tendenti a tranquillizzare il mondo dei blogger in rivolta, le prime impressioni fanno presagire tempi duri per tutti coloro che si propongono nel web attraverso la libera informazione, sia sottoforma di blog o di veri e propri siti, e che si troveranno loro malgrado ad essere “onerati” del titolo di “testata giornalistica”, ….pur senza finanziamenti pubblici e senza evidenti finalità di lucro.
Di certo è un modo come un altro per cominciare a far vibrare a mezz’aria un inquietante cetriolo, per il momento assai timido e sulle sue, ma intento a colpire alla prima occasione il suo bersaglio principale: Beppe Grillo e il suo blog.
Con ogni probabilità sarà il classico buco nell’acqua, anche perchè imbavagliare internet ormai è troppo tardi; lo stesso Grillo minaccia infatti, di fronte ad intimidazioni di questo genere, di prendere il suo blog e “caricarlo” su un server estero e continuare tranquillamente ad essere visibile nella Rete, e allo stesso modo, forse con qualche difficoltà in più (e sicuramente con qualche euro in meno nelle nostre tasche) anche noi comuni blogger potremmo fare altrettanto.
Segnalo, attraverso il blog dell’amico Roberto Mazzuia, l’iniziativa di meglioliberi per organizzare la protesta contro questa proposta oscurantista di “regime”.
Stravolti dalla confusione, nell’insolito mare della rivoluzione
0 Comments Published by HAVEADREAM Ottobre 16th, 2007 in Senza categoriaSocietà e democrazia. Politica e cambiamento. Belle parole, utopie forse, se confrontate con l’attuale malcontento popolare attraverso la protesta mediatica di Beppe Grillo o rafforzate dal transfert di commemorazioni come gli ottant’anni dall’esecuzione negli Usa degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti e dai quarant’anni dalla fucilazione del rivoluzionario Ernesto Guevara, ma che niente hanno a che vedere con la Storia e la Volontà di cambiamento in Italia, anche nelle forme più eversive, anche attraverso il Terrore istituzionale. Superato il “compromesso storico” e allontanata (temporaneamente, a quanto si re-intravede) la vecchia classe politica con Tangentopoli, la società civile è invece alle prese con un generale disgusto verso la politica, attenuato finora di Governo in Governo grazie anche allo scolorimento progressivo delle ideologie storiche che hanno caratterizzato il nostro Paese. Ma le cose, a quanto pare, non sono poi tanto cambiate da allora, quando iniziai ad ascoltare le convinzioni politiche di papà, in “quel” particolare momento, gli inizi degli anni 80, con le bombe nelle stazioni ferroviarie e gli aerei di linea colpevoli di essersi scontrati con un missile e per questo “graziati” (nel senso del colpo di grazia) dal silenzio di Stato. Erano gli anni della “paranoia”, dove anche un gesto, una stretta di mano, era riconducibile ad una ideologia politica, e mi ricordo per esempio di come nell’istituto scolastico che frequentavo la politicizzazione era d’obbligo, quindi esserne “impreparati” e soprattutto non schierati e dichiararlo nelle assemblee non significava solo l’isolamento ma anche qualche bullo di destra che t’aspettava lungo i corridoi per suonartele di santa ragione, con la triste prospettiva di altri manigoldi, ma di sinistra stavolta, che t’attendevano dietro l’angolo della strada per completare l’opera. Si conviveva con gli ultimi focolai di Lotta Continua, ormai agonizzante, e un certo modo di essere “a sinistra” che stava cambiando, vuoi anche l’imbarazzo del Partito per via dei “compagni che sbagliavano” e che uccidevano anche altri “compagni” o, nella migliore delle ipotesi, “gambizzavano”; un imbarazzo che comunque portò la mia generazione sì a riflettere, ma che non impedì né a me né a tanti altri un percorso quasi obbligatorio verso un certo modo di vivere e credere nella Sinistra o, più semplicemente, nel “comunismo”. Oggi dopo quasi trent’anni, a ridosso del nuovo Partito Democratico e dopo il meschino ballottaggio del welfare, guardo il tutto con una certa serenità e maturità nelle valutazioni politiche, e nel contempo “pratiche”, anche perchè..l’Omino Bianco ogni tanto l’ho dovuto usare pure io, fino al punto di ritrovarmi a borbottare nell’osservare l’ormai rosa pallido di una bandiera rossa sgualcita e maltrattata proprio dai legittimi tutori, e uno di questi (ahimè) sono proprio io. Chissà, mi sono spesso chiesto, è il segno dei tempi, dovuto dal crollo del “muro”, o è la fine di una lunghissima stagione di illusioni e speranze, nata sotto il segno infausto della lotta armata? Di sicuro la giovane età e la severità di mio padre mi salvaguardarono da “avventure” che invece fecero breccia nei cuori e nelle teste di altri studenti un po’ più grandicelli e assai più ”convinti” di me, e non posso negare di essere stato io stesso affascinato dall’impegno politico di alcuni di loro, partecipando con un certo timore a manifestazioni antimperialistiche contro gli Usa e antiapartheid contro il Sudafrica, ma mi resi conto, dopo un pò, che qualcosa non funzionava come doveva: le manifestazioni erano sterili, immotivate, e gli stati d’animo erano così sensibili a ben altri tipi di lotte, magari con i bastoni e bottiglie incendiarie, che mi sono dovuto defilare, e non senza qualche rimpianto, devo ammettere. Certamente non ero ancora in grado di comprendere cosa era giusto o sbagliato, ma il mio istinto di conservazione (..o la paura, se vogliamo) mi riportò alla realtà, dove la lotta armata risultava perdente, in ambedue gli estremismi, con il solo effetto di rafforzare quello che allora era considerato “immobilismo politico”, dovuto a trent’anni di Governo a maggioranza democristiana. E pur non essendo un sociologo o uno studioso dei movimenti di massa, credo risultasse evidente già allora, rileggendo la storia d’Italia degli ultimi 150 anni, che in un Paese dove il Risorgimento è stato la nostra massima espressione rivoluzionaria, era impensabile attuare un cambiamento così drastico soprattuto attraverso il linguaggio delle armi, senza almeno uno stravolgimento culturale che coinvolgesse intellettuali, operai e alcuni strati piccolo-borghesi: lo dimostra lo stesso Fascismo che arrivò al potere sì con la forza ma soprattutto attraverso l’entusiasmo e l’approvazione della maggioranza degli italiani, lo dimostrano i tentativi di “golpe” mai concretizzati nel 1964 con il “piano Solo” e nel 1970 con il “golpe Borghese”, anche perchè i poteri “oscuri” furono lungimiranti in questo senso, probabilmente rendendosi conto che l’Italia non era né la Gregia né il Portogallo, e la dittatura militare, in un Paese dove la presenza e la Storia del più forte partito comunista dell’occidente rappresentava larga parte delle masse, poteva significare anche una infruttuosa e sanguinosa guerra civile. Quindi come era pensabile, in una situazione così incertà, cercare di assurgere ad avanguardia rivoluzionaria, nonostante i vari fallimenti anche reazionari, quando la società non rispondeva più a nessun segnale in questo senso e quando era invece evidente che la società stava GIA’ cambiando, grazie anche allo stravolgimento delle dinamiche geo-politiche di una “guerra fredda” avviata ormai verso una graduale estinzione? Il breve filmato che ho riportato, tratto dal film di Sergio Leone “Giù la testa”, è in un certo senso premonitore (nel 1971 le prime Br ancora si “esercitavano” nelle fabbriche, dando fuoco alle automobili dei “capetti”) degli errori di nuove e vecchie rivoluzioni, soprattutto quando esperienze diverse (John militante dell’IRA in qualità di “bombarolo”, Juan ladro e “peone” senza “coscienza di classe” durante la rivoluzione messicana) non coincidono per ragioni politico-sociali (anche perchè indipendenza e rivoluzione sono cose ben distinte). Infatti c’è una enorme differenza che corre tra un Paese colonizzato o comunque ai margini del sistema capitalistico (come il Messico) e un Paese dal forte senso nazionalistico, come l’Ulster. Differenza che nel film sfugge a John e sfuggirà, nella realtà, al fenomeno terroristico in Germania, Italia e in Francia; ma soprattuto il difetto di molte rivoluzioni (salvo rare eccezioni, come quella cubana o la sollevazione degli indigeni nel Chapas assieme all’esercito rivoluzionario zapatista) è stato quello di iniziare ad essere l’avanguardia del popolo, per poi finire di farne a meno. Oltretutto, ritornando in Italia e alle sensazioni raccolte dalla mia generazione, questa distorta equivalenza tra impegno politico, rivoluzione e lotta armata, sia a destra che a sinistra, ha portato nel quinquennio 1976-1980 a ben 10.000 episodi di violenza politica: quale insegnamento o “passaggio delle consegne” potevamo avere noi, poveri deficienti con il walkman e Madonna nelle orecchie, da simili esperienze? Tant’è che ora mi ritrovo ad apprezzare quel “buonismo” di noi “ragazzi dell’85”, con le nostre spille-bottone dei Police e dei Duran Duran, forse perchè cominciavamo a renderci conto che la realtà italiana era ed è tutt’ora cosa ben diversa da quella di altri Paesi presi come modello di riferimento rivoluzionario; senza dubbio eravamo più rincoglioniti e meno politicizzati dei nostri padri o dei nostri fratelli più grandi, questo si, ma sicuramente non così ingenui da importare ed imporre modelli di cambiamento radicale della società attraverso il linguaggio astruso dei Tupamaros uruguayani o quanto espressamente riportato dal clandestino “Piccolo manuale del guerrigliero urbano” di Carlos Marighela. Ora che lo scontro sociale fa parte del passato, l’impegno minimo è quello di far sì che degenerazioni di questo tipo non si ripetano più. Ciò non toglie però che nel perseverare così tanto nel “buonismo”, abbiamo permesso la repentina chiusura dell’esperienza di Mani Pulite, tollerando abusi come il conflitto di interessi, consentendo di arrivare fino alle più alte cariche dello Stato chi deteneva il potere dell’informazione, come pure di aver avallato in più legislature la presenza alle Camere di senatori e parlamentari “pregiudicati”, così ora siamo costretti a rimboccarci le maniche per sturare la fogna, col rischio di rimanere intossicati dal puzzo una volta tolto via il tappo. E tutto questo nel pieno della legalità e nel rispetto della Costituzione, senza tanto ardire o estremizzare, e senza il bisogno di allarmismi di circostanza nel rievocare l’incubo degli “anni di piombo”, solo perchè si è arrestato quattro balordi che si sono autoetichettati nostalgicamente con la stella sghimbescia a cinque punte, qualche giorno prima (guarda caso…) della manifestazione contro l’ampliamento della base Usa di Vicenza. I tempi sono cambiati, c’è poco da fare. Noi facciamo già parte, ma forse non tutti se ne sono resi conto, di una “rivoluzione” in corso: Internet, il mondo dell’informazione e la libertà di dialogo a portata di un clik. Basta semplicemente aprire gli occhi, oltre ad accendere ill computer, e prendere coscienza dei propri mezzi, oltre a prendere spunto dai “vaffanculo” provocatori di Beppe Grillo; bisogna, anziché agire, interagire, scambiandosi cioè i propri punti di vista, le proprie idee, i propri progetti futuri, mettendosi in discussione ad ogni discussione. Questa è la vera presa di coscienza, soprattutto nell’era dell’on-line, delle web-cam e della banda larga, che ti consente di dialogare e di guardare in faccia e raccogliere anche il punto di vista di un misantropo delle isole Faroer. Con una tale miriade di informazioni ed esperienze a nostra disposizione, non è possibile ripetere gli errori del recente passato, dove la delusione di una generazione ha imposto ad un metalmeccanico del Sud di abbandonare baracca e burattini per raggiungere Milano e la causa brigatista, o come nel caso del giovane estremista di destra Alessandro Alibrandi, figlio di un noto giudice, di impugnare una pistola e uccidere, per poi morire a sua volta in uno scontro a fuoco con le Forze dell’ Ordine. Perché “la critica delle armi non può sostituire l’arma della critica”, riprendendo un vecchio concetto marxiano,..a dire il vero un po’ rielaborato e aggiornato ai tempi d’oggi. Parole pregne di buon senso, ieri come oggi e, in quanto tali, libere da gabbie ideologiche.
I giovani e il futuro, tra Tommaso l’economista e i suoi “bamboccioni”
0 Comments Published by HAVEADREAM Ottobre 8th, 2007 in Senza categoria
Con l’anti-politica al centro di tante discussioni, le parole del Ministro dell’Economia Padoa Schioppa durante l’audizione alle Commissioni Bliancio di Camera e Senato non potevano certamente passare inosservate, sollevando qualche critica nell’aver definito “bamboccioni” i giovani che “restano a casa con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi”.
Senza entrare nel merito della validità o meno del provvedimento e tenuto conto di una realtà dove lo stipendio medio mensile copre con fatica le spese sostenute per pagare un affitto e che rende irrisorio anche l’incentivo che il Ministro vuole inserire nella nuova manovra come i circa 1.000 euri da portare in detrazione per tre anni se il “mammone” ha un reddito non superiore ai 15mila euri, ciò che non si riesce bene a comprendere è la motivazione socio-economica (qualora ce ne fosse una) che ha spinto Padoa Schioppa ad interessarsi dei giovani ancora con mamma e papà e della loro indipendenza.
Risulta infatti abbastanza chiaro anche ad un bambino che pur con solo 1.000 euri (fossero anche, toh, 1.500) di stipendio un ragazzo a vent’anni (..ma anche a quaranta..) può continuare a fare il signore a casa dei genitori, e non ultimo dare loro una mano, invece di andare ad aumentare il cospicuo numero dei “nuovi poveri” fittandosi una casa per conto proprio,….a meno che il signor Ministro non metta in condizioni i cittadini tutti di usufruire degli stessi privilegi che finora hanno consentito ai suoi colleghi della “casta” locazioni o acquisti di immobili di valore a prezzi d’occasione.
Oltretutto, se proprio c’è la volontà di aiutare chi sembra invece non aver chiesto una mano in questo senso, anzi se ne sta placidamente per i fatti propri lavorando e pagando le tasse, al caro Ministro sarebbe invece consigliabile una lettura dell’ultimo rapporto della fondazione “Migrantes”, dove risulta che degli oltre tre milioni di italiani residenti all’estero più della metà è composta da giovani, tenuto conto che i minori residenti all’estero sono il 19% e gli over 60 sono il 18%, non ultimo il fatto che l’Italia risulta essere una delle nazioni con il più alto numero di studenti (circa 45.000) che frequentano l’università in altri Paesi. Infatti secondo questo rapporto stà cambiando la tipologia del cosidetto “migrante” italiano: mentre prima era il povero operaio o contadino in cerca di fortuna, oggi sono soprattutto giovani, studenti o neo-laureati, e di questo sicuramente dobbiamo dire grazie anche alla legge 30 , meglio conosciuta come “legge Biagi”, che di fatto ha reintrodotto il “Quarto Stato” attraverso il precariato, come è ben spiegato dalle testimonianze raccolte nel libro “terrorista” Schiavi Moderni , liberamente scaricabile in rete dal sito di Beppe Grillo.
Forse oltre che a pensare ai “mammoni” o ai problemi derivati dalla presenza dei migranti lavavetri in Italia, faremmo bene, in primis Lei sig Ministro, a riflettere sugli effetti della globalizzazione e lo spopolamento dei centri cittadini, ma soprattutto sul fenomeno evidenziato da Migrantes e sui giovani che pensano di abbandonare il proprio Paese e le loro famiglie per cercare un futuro in realtà spesso ostili, lasciando così il Paese nelle mani di ottuagenari e con un Parlamento e Senato che sembrano ormai sempre più il circolo ricreativo dei pensionati di Villa Arzilla, oltre alla bella prospettiva di ritrovarsi di questo passo tra due decenni in mezzo a vecchi e unicamente di sesso maschile nel pieno dell’autosufficienza…sessuale, visto che ad oggi degli italiani “fuggiti” all’estero ben il 47% (che equivale a circa 1.680.000 unità) è composto da donne.
Si aggiorni, caro Ministro, e lasci in pace per favore chi non ha bisogno dei suoi consigli.
Se è pur vero quanto affermava Bertrand Russel, e cioè che “non è possibile assegnare limiti precisi al processo di sostituzione dello Stato al padre”, le Sue parole sanno più di dissennata interferenza che di paternale, e, se nessuno durante l’audizione si fosse permesso di farglielo notare, sarebbe meglio per le prossime volte dare uno sguardo un po’ oltre i propri suntuosi orizzonti per rendersi conto che, in questo Paese, politica e realtà sociale non sempre vanno a braccetto.
Viceversa, non sarà poi possibile assegnare limiti alla volontà popolare che stà prendendo sempre più coscienza e che per il momento stà invitando caldamente e democraticamente Lei e la classe politica ad “andare a quel Paese”.
E, badi bene, non come migranti: il biglietto, obliterato da una sonora pedata nel sedere, è di sola andata.
Salvatore, dal blog http://liberifinalmenteliberi.splinder.com
Al di la del bene e del male, oltre la donna
0 Comments Published by HAVEADREAM Settembre 28th, 2007 in Senza categoria
Era inevitabile una nuova sortita della Cei (Conferenza Episcopale Italiana) dopo la sentenza del Tribunale di Cagliari a favore della procreazione assistita, con la controversa affermazione del presidente, monsignor Angelo Bagnasco, secondo il quale “il potere di decidere fra bene e male appartiene solo a Dio“.
Dopo l’incredibile vicenda di Piergiorgio Welby, a cui erano stati negati i funerali religiosi, la Cei si ripropone con un’altra delle sue piroette teologiche, interferendo con le decisioni di un Tribunale (italiano, non vaticano) che ha semplicemente applicato la legge 40 che non pone divieti nell’impiantare embrioni per procreare.
Mesi fa avevo postato su Tribù Ribelli l’odissea di una donna polacca costretta dallo Stato (fondamentalista, a questo punto, perchè no?) a partorire, nonostante il rischio concreto di rimanere cieca.
Vogliamo arrivare a questo anche noi, a confondere il peccato religioso con il reato?
Certo sarebbe interessante a tal proposito ascoltare anche la voce delle mamme o delle donne che desiderano esserle.
O anche esser donna rientra negli strumenti di quel “potere di decidere fra bene e male che appartiene solo a Dio”?
Autore: Salvatore dal blog: http://liberifinalmenteliberi.splinder.com
