Dopo aver scritto Gomorra, e soprattutto aver avuto (e aggiungerei fortunatamente) un grande successo mediatico, e, le cose che ha denunciato, un riscontro reale, Roberto Saviano ha ammesso di voler lasciare l’Italia per un po’, per un motivo semplice: tornare a vivere.
In effetti non è difficile immaginare le difficoltà che Saviano incontra anche per andare a bere qualcosa in un pub o scegliere un libro in biblioteca (come lui stesso ha ammesso).
Del resto, sono ancora fresche (anzi dovrebbero esserlo in eterno) le ferite per le vittime delle mafie. Di chi, da semplice cittadino, politico, pubblico ufficiale, sindacalista, ha cercato di combattere le criminalità organizzate; ma vedendo la situazione istituzionale di oggi, viene facile pensare come tali morti siano state inutili, soprattutto perché la loro memoria nel tempo si sta sbiadendo, resistendo solo i casi più eclatanti e più recenti, come quello di Falcone e Borsellino ad esempio.
In Sicilia, ad esempio, il neo sindaco di Alleanza Nazionale eletto a giugno, Giuseppe Alfano, dopo approvazione della Giunta comunale, ha deciso di cambiare il nome dell’aeroporto civile dedicato a Pio La Torre (parlamentare del Partito Comunista, ucciso dalla mafia nel 1982), reintroducendo la denominazione precedente dedicata a Vincenzo Magliocco (caduto durante la guerra di Etiopia nel 1936); giustificando il tutto con il fatto che tramite un sondaggio sul sito Web, i cittadini avevo dimostrato di non gradire quel nome. Per carità, vox populi vox dei. Però credo sia grave voler rimuovere il nome di un aeroporto dedicato proprio ad una vittima di Mafia, laddove essa esprime il massimo potere e sopraffazione sullo Stato (la Sicilia appunto); significa dargliela vinta anche dal punto di vista della memoria. Quella che, se perpetuata, può dare una speranza alle future generazioni.
Capisco Saviano e le sue paure. E lo capirei ancor di più nel caso in cui cominciasse a pentirsi per ciò che ha fatto. Perché questo è un Paese con la memoria corta, per il quale non vale la pena lasciarci le penne. Ricordo ancora quando, poco più che decenne, rimasi colpito dall’immagine di Di Pietro che si toglieva la toga, come un mister che getta la spugna per salvare il suo pugile ormai in balia dell’avversario. Perché capì che quel clima che c’era all’inizio delle sue indagini, non c’era più; gli italiani lo seguivano di meno, abbindolati da altri personaggi e mezzi ammaliatori. All’epoca pensai “è finita”. E vedendo come sono andate dopo le cose, mi rendo conto di non aver avuto torto, malgrado fossi appena adolescente.

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