Ott 11

Dal sito di Padre Kizito Sesana, riportiamo un testo magistralmente chiaro e illuminante sulla situazione africana.

Posted: October 7th, 2008

Il 4 ottobre, nella pagine delle opinioni del Saturday Nation, che e’ il quotidiano di gran lunga più’ importante del Kenya, e’ stato pubblicato un articolo di  Donald B. Kipkorir. Opinione importante, perché’ era di lato ai due editoriali, e perché’ l’ autore contribuisce regolarmente su temi di politica estera.

Il titolo e’ “Why Kenya and Ethiopia ought to annex and divide Somalia”, il titolo che uso anche per questo post. Quando l’ ho letto pensavo si trattasse di una boutade, come a volte il Nation ama pubblicare. Invece no, e’ un pezzo estremamente serio, come lo sono di solito quelli di Kipkorir, e il titolo riflette perfettamente in contenuto dell’articolo, che e’ ancora leggibile nel sito del Nation.

In sintesi, l’ articolo afferma che il continuo disordine in Somalia e’ un pericolo per il Kenya, che, giustamente, e’ da tutti considerato un alleato dell’ occidente, e quindi un nemico fondamentale dei paesi arabi. Annettere la Somalia e’ perciò nell’ interesse strategico del Kenya, e questo e’ il momento opportuno perché il mondo e’ distratto dalla crisi economica. Una Somalia fallita potrebbe risucchiare il Kenya nel caos in cui e’ caduta. La proposta di Kipkorir e’ precisa: Kenya ed Eliotipia dovrebbero dividersi la Somalia usando il 4 parallelo come confine. Non ci saranno  problemi, afferma il nostro autore, e esemplifica col precedente storico degli USA che nel 1845 hanno annesso il Texasprendendolo dal Messico senza che ci fossero reazioni significative (e adesso il “Presidente George W. Bush e’ orgoglioso di essere un Americano-Texano”), tanto meno ci saranno problemi a convincere i legislatori somali, visto che quasi tutti vivono a Nairobi.La conclusione: Il momento di annettere e smembrare la Somalia e’ adesso; Washington e Mosca ce ne saranno grati.

Sono andato a vedere sul sito del Nation le reazioni dei lettori: non ne ho trovata una positiva, ne’ dai keniani ne’ dai somali residenti a Nairobi. Anzi quasi tutte sono rabbiosamente negative, e molti keniani sottolineano amaramente che il Kenya ha già’ i i sui bei problemi interni, come abbiamo visto quest’ anno, e non e’ il caso di creacene altri, e inoltre certamente il Kenya non può’ sognarsi di aver successo la’ dove hanno fallito gli americani e una serie di forze di pacificazione.

Parlavo di questo articolo con un gruppo di amici keniani, e alla fine, mettendo insieme altri tasselli come l’ evidenza che il Kenya sta riarmandosi e che i mass media internazionali stanno riaccendendo l’ attenzione sulla Somalia, ha prevalso l’ idea che probabilmente questo articolo e’ solo il primo tassello di una campagna per promuovere una “soluzione locale” del problema somalo, preparando l’opinione pubblica keniana per una decisione che e’ già’ stata presa, non in Kenya. Sembra impossibile, ma che sia cio’ che ci aspetta?

Giu 16

Padre Kizito così ci descrive la situazione attuale: 

In Kenya e’ tornata la pace. O almeno cosi sembra. A Nairobi, anche negli slums che ne erano stati piu’ fortemente colpiti, i segni della violenza stanno rapidamente scomparendo. Strutture provvisorie sostituiscono e nascondono le strutture precedenti che spesso erano solo poco più che provvisorie. La centrale telefonica di Jamuhuri che era state bruciata in uno dei peggiori incidenti dello scorso gennaio, a due passi dalla casa provincializia dei comboniani, e’ stata frettolosamente riverniciata per nascondere i segni delle fiamme e del fumo, anche se ancora non ha ripreso a funzionare.

Ma, per quanti sforzi faccia, il presente governo di grande coalizione - con ben 42 ministri ed una pletora di sottosegretari, fra di loro molti personaggi che lo scorso gennaio apparivano essere nemici acerrimi e che hanno irresponsabilmente alimentato la violenza per i loro scopi politici - non riesce a far dimenticare che ci sono stati oltre millecinquecento morti e un numero ancor piu’ difficile da definire,ma comunque vicino al mezzo milione, di rifugiati. La vernice copre solo le apparenze, non la sostanza.

Due sono le azioni che il governo sta cercando effettuare nel tentativo di far dimenticare il recente passato: un’ amnistia generale per coloro che sono stati responsabili delle violenze post-elettorale, e il ritorno immediato degli sfollati nelle loro case. Le modalita’ usate sono pero’ cosi rozze e improvvisate che rischiano di esacerbare gli animi e provocare un rigurgito di violenza, piuttosto che riavvicinare i tempi della riconciliazione.

L’ amnistia e’ propugnata principalmente da coloro che erano parte dell’opposizione. Ogni pochi giorni alcuni di loro la ripropongono come un atto di clemenza quasi dovuto a chi “ha salvato la democrazia keniana”. Regolarmente altri membri del governo si oppongono ricordando che questi salvatori della democrazia hanno comunque commesso gravi atti criminali, come incendiare, saccheggiare ed uccidere. Per qualche giorno non se ne parla piu’, ma poi i difensori della necessita’ dell’ amnistia tornano alla carica. Il perche’ di questa insistenza e’ abbastanza evidente: tutti sanno che ci sono prove schiaccianti che la’ dove la violenza e’ stata premeditata e organizzata, i responsabili sono alcuni “uomini politici” (fa abbastanza impressione chiamarli cosi’) che sono attualmente al governo, e che sperano che una amnistia generale scoraggi ogni ulteriore indagine.

Uno sfollato che, come tanti, invece di andare in uno degli appositi campi organizzati dal governo ha trovato un tetto preso suo fratello in una baracca vicina a Kivuli, mi diceva qualche giorno fa: “Il ministro *** chiede a gran voce l’ amnistia. Lo capisco benissimo, forse farei lo stesso se fossi al suo posto, visto che e’ l’auto di sua moglie che ha portato le tanche di benzina che son servite a bruciare la mia casa, e non solo la mia. E nella mia casa c’era ancora dentro mio figlio di due anni, John. Potra’ lui restituirmelo?”

Effettivamente, l’amnistia sarebbe in Kenya solo un’ altra parola per affermare l’ impunita’ di cui gli uomini politici hanno goduto dall’ indipendenza ad oggi. Sono qui da oltre vent’anni  e non ricordo di un uomo politico che abbia pagato per le sue malefatte. L’ impunita’ dei potenti e’ parte del sistema ereditato dal colonialismo inglese. Ma oggi non ci si puo’ piu’ nascondere dietro le colpe degli altri, Bisogna che giustizia sia fatta e che tutti vedano che giustizia e’ stata fatta, se si vuole veramente interrompere il ciclo dell’ impunita’. Una povera e semplice giustizia umana, ma pur sempre una dimostrazione di serieta’ e di rispetto per coloro i cui diritti sono stati gravemente violati.

Continua il mio interlocutore: “Io sono cristiano, ed ho pensato molte volte che dopotutto dovrei perdonare. Ma l’ amnistia mi rende impossibile il perdono, perche’ cosi non sapro’ mai chi e’ il colpevole. Anche il confessionale il prete da’ il perdono di Dio solo a chi ammette la propria colpa.”

Ha ragione. Il perdono cristiano e’ un dono e una grazia. Grazia per chi lo offre, e dono per chi lo riceve. Ma la giustizia umana dovrebbe fare il suo corso. La riconciliazione vera e’ possibile solo dopo un’ ammissione di colpa.

Il ritorno degli sfollati alle loro case e’ pure ostacolato dal risentimento, paura e odio che sono nati durante i drammatici episodi di gennaio, nonostante il governo assicuri che questo rientro sta procedendo bene. L’ operazione “Rudi Nyumbani” (ritorno a casa) e’ stata lanciata gia’ nel mese di maggio, con il supporto dei mass media, ma con poca o nulla preparazione. Persone a cui e’ stata bruciata la casa dai vicini, e che hanno visto uccidere i propri cari, si sono sentite dire “tutto e’ finito , preparatevi che domattina vi riportiamo a  casa” e il mattino successivo sono stati caricati su un camion e portati fino a casa. O meglio fino a dove abitavano lo scorso dicembre, perche’ hanno trovato una casa o capanna bruciata, campi devastati, pozzi inquinati. E sono stati lasciati li solo con un piccolo aiuto, qualche coperta, pochi chili di farina di polenta e di fagioli. Le agenzia umanitarie molta piu’ difficolta’ a raggiungere coloro che sono ritornati, era piu’ semplice aiutare gli sfollati quando erano ammassati nei campi.

Dice il mio vicino che alcuni sui parenti sono tornati nell’ area in cui anche lui viveva, ma poi, dopo una settimana, sono ritornati nei campi sfollati. A “casa” era difficile vivere, mancava tutto e i vicini erano ostili. Che senso ha ritornare in queste condizioni? Potrebbe essere solo la preparazione di nuove violenze.

Come ha detto Peter Kairo, arcivescovo di Nyeri, che lo scorso gennaio era vescovo di Nakuru, una delle area piu’ devastate dagli scontri “la rivalita’ etnica che ha fatto esplodere la violenza e’ ancora molto alta e la sola presenza della polizia non bastera’ a restaurare la pace.”

Mons. Cornelius Korir, vescovo di Eldoret, e’ fra coloro che piu’ si sono prodigati per alleviare le sofferenze di tutti, senza distinzione. Migliaia di sfollati sono vissuti per settimane accampati dentro e fuori la sua cattedrale.  Adesso e’ fra i promotori di una seria campagna di pace e riconciliazione, ed ha recentemente osservato che “d’ ora in poi, gli anziani delle diverse comunita’ dovrebbero essere capaci di identificare i segnali di conflitti latenti, e dovrebbero intervenire subito per risolverli, invece di intervenire solo per rimediare agli effetti negativi.”

Apparentemente parlava agli anziani di alcuni villaggi. Ma il suo consiglio dovrebbe essere seguito sopratutto dai leaders dei partiti politici rivali, o scorso anno hanno fatto esattamente l’ opposto, cioe’ alimentato il conflitto per trarne il maggior vantaggio possibile.

Apr 08

Una perdita di 174 milioni di euro, con mancati introiti per le casse dello Stato pari a circa 58 milioni di euro, vale a dire il 78,1 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Sono i dati relativi al turismo emessi dal Kenya Tourist Board (Ktb) dopo la crisi post-elettorale in Kenya.Il settore che sta piu’ risentendo della crisi e’ il turismo, seconda voce delle entrate dopo la floricoltura, con un’incidenza del 12 per cento sul Prodotto interno lordo. Un giro d’affari che, secondo i dati del Kenya Tourist Board che nel 2007 era pari a 590 milioni di euro e i cui introiti sono crollati di quasi l’80%.Sul problema è intervenuto oggi anche l’ambasciatore italiano in Kenya, Pierandrea Magistrati. Oltre quattromila sono stati i licenziamenti soltanto a Malindi nel settore del turismo a causa delle violenze in alcune regione del Kenya, seguite alle elezioni di dicembre. “Intere famiglie dipendevano dal lavoro di questo personale licenziato da alberghi e ristoranti, perche’ non arrivano piu’ turisti” ha detto Magistrati all’Agi.Gli arrivi dall’Italia -al terzo posto nel 2007 con 84mila turisti- hanno fatto registrare nei primi tre mesi di quest’anno un calo dell’80 per cento. “Qualcosa in piu’ rispetto ad altri Paesi di provenienza come Inghilterra (204mila arrivi nel 2007), Stati Uniti (101mila) e Germania (83mila)”, spiega all’Agi Federica Volla, rappresentante per l’Italia del Ktb, “la ragione e’ che il turismo dall’Italia dipende dai collegamenti charter. Tutti i Paesi che hanno voli di linea con il Kenya hanno fatto registrare flessioni minori. Sono stati molti i collegamenti charter per Mombasa cancellati o ridotti. L’Air Italy, l’unica compagnia che garantiva una certa continuita’ con due voli settimanali, da gennaio ha sospeso il servizio.

“Quando sono scoppiati i disordini, nel pieno della stagione turistica, a Malindi c’erano cinquemila italiani, molti dei quali sono subito ripartiti sentendo le notizie che arrivavano da Nairobi e dalla Rift Valley, anche se in realta’ nell’area della costa non e’ successo nulla”, ha raccontato l’ambasciatore, “La responsabilita’ e’ anche di una cattiva informazione che ha descritto un intero Paese sull’orlo della guerra civile. Non e’ stato sufficiente il lavoro che abbiamo fatto con l’Unita’ di crisi della Farnesina per informare i viaggiatori di evitare soltanto alcune zone del Kenya, come la capitale e l’area nordoccidentale”. Ora tutto dipende dal presidente Mwai Kibaki e dal premier Raila Odinga. “Dopo le violenze, le grandi speranze e finalmente la riappacificazione, resta da superare la fase piu’ difficile: la ripartizione del potere. I governanti devono capire che e’ tempo di mettersi a lavorare insieme”, ha sottolineato l’ambasciatore.

Intanto le tensioni sono ancora latenti ed in alcune zone è ancora violenza.

Mar 10

Lo stato di continuo disagio sociale in Kenia crea grande. Questa situazione in embrione sin dall’indipendenza, ora si manifesta. Ci troviamo di fronte ad uno stato nel quale le persone in Kenia sono manipolate ad entrare nel falso gioco di tribù contro tribù. Gli amici dei Kikuyu presumibilmente da una parte e gli amici dei Luo presumibilmente da un’altra.
Tuttavia, vediamo questo gioco per quello che è realmente: un gioco di due uomini in lotta per il loro potere personale.
Questa situazione è un disgustoso legato della colonizzazione, quando venivano elargiti favori ad alcuni personaggi per poter controllare tutto. Anziché cercare di armonizzare le genti, dopo decadi di potere post-coloniale queste divisioni si sono acutizzate ancor di più. I politici sapevano che l’accesso più semplice al potere era quello di dividere e imperare.
Il problema del Kenia oggi non riguarda una tribù contro l’altra. Riguarda la maggioranza della popolazione che vive in condizioni miserabili mentre una minuscola maggioranza vive da re, nei loro ricchi sobborghi.Denunciamo la politica tribale che si gioca in Kenia e vogliamo puntare i riflettori sui veri responsabili.
Denunciamo le antiche potenze coloniali che per primi hanno creato questo sistema, dove il “neocolonialismo” può prosperare: ai kenioti si da accesso al potere politico, mentre il potere economico – le banche e tutte le risorse del paese – viene controllato da interessi esterni. E’ risaputo che l’Africa ha ripagato il suo debito molte volte.                                                                   Perché l’Africa continua a pagare?
Vediamo in questa situazione una strategia più ampia di genocidio. Questa è la strategia implicita del G8, dell’Unione Europa e sempre di più della Cina; una strategia che lascia morire milioni di esseri umani ogni anno di malaria e di AIDS, malattie perfettamente curabili e prevenibili; una strategia che fomenta le guerre civili per poter controllare le risorse minerali e petrolifere e vendere armi:una strategia che sfrutta una fonte inesauribile di mano d’opera a buon mercato, costretta a lavorare in condizioni indegne, senza diritti o protezione.
Denunciamo inoltre Mwai Kibaki e Raila Odinga – due uomini che potrebbero fare così tanto per cambiare il Kenia – di lasciarsi manipolare in questo modo, di permettere ai loro sostenitori di girare armati per le strade, di permettere che la polizia combatta con gas lacrimogeni e proiettili veri; di non chiedere, non insistere sulla nonviolenza, quale forma di risoluzione del conflitto. Sanno bene quello che fanno e lo fanno con la peggiore delle intenzioni – il loro guadagno personale.
Omaggiamo gli africani che stanno tentando e hanno tentato di aiutare in questa situazione.Chiediamo a tutti i governi africani di non restare muti, di non permettersi di partecipare a questo neocolonialismo. Dimostrate solidarietà al popolo keniota. Rifiutate tutte le richieste di esportare armi in Kenia; non permettete alle armi di entrare nei vostri paesi! Reclamate che cessino le interferenze esterne sulle questioni africane, in modo che l’Africa stessa possa trovare le soluzioni ai suoi problemi, e che gli unici interventi siano quelli basati su risoluzioni dell’ONU!Chiediamo ai governi occidentali e alle multinazionali di cessare il loro sfruttamento dell’Africa. Finalmente, chiediamo che si permettano gli sforzi di Mediazione e che ambedue gli schieramenti aderiscano al processo.Sottoscritto a nome dell’Internazionale Umanista da parte di,

Giorgio Schultze,
Portavoce europeo del Nuovo Umanesimo
Tomas Hirsch,
Portavoce latinoamericano del Nuovo Umanesimo
Chris Wells,
Portavoce nordamericano del Nuovo Umanesimo
Sudhir Gandotra,
Portavoce per l’Asia ed il Pacifico del Nuovo Umanesimo

www.lostrilloneumanista.splinder.com

Mar 09

kibera-8-marzo.jpgStamattina ero a Kibera. Qui, dall’ altro ieri, dopo tantissimi ostacoli, siamo operativi con un piccolo centro di fisioterapia per bambini sotto i 16 anni. Il centro si chiama Paolo’s Home, la Casa di Paolo, come voluto da un gruppo di Fabriano in ricordo di un loro caro amico scomparso due anni fa. Non ho mai conosciuto Paolo, ma mi hanno raccontato della sua forza interiore, della sua capacita’ di incoraggiare gli altri, della sua fede. Avremo ancora bisogno del suo aiuto. Guardando i bambini e i genitori presenti stamattina , erano evidenti le gravi difficolta’ in cui vivono e la grande speranza che hanno in noi, e mi rendevo conto che questa e’ la piu’ grande responsabilita’ che ci siamo presi come Koinonia. Sarebbe imperdonabile non essere all’altezza della fiducia che hanno in noi.
Oggi eravamo ancora in fase di registrazione e di una prima visita da parte di Janet, la fisioterapista. Avevamo cominciato gia’ in agosto a fare un sopraluogo ed avevamo gia’ una lista di 30 bambini bisognosi di fisioterapia. Ma adesso, prima di chiudere il terzo giorno, ne abbiamo gia’ registrati oltre sessanta. Molti di loro hanno serie difficolta’ di e non possono camminare per piu’ di pochi metri, e sono stati portati in braccio dai loro genitori, perche’ nei vicoli di Kibera - stretti, ripidi, sconnessi, e pieni di fango dopo pochi minuti di pioggia - anche se qualcuno potesse comperarsi una sedia a rotelle, sarebbe comunque impossibile muoversi. Prima di essere visitati da Janet vengono registrati al computer da Caleb, un coraggioso ragazzo di Kibera che si muove a fatica sostenuto da due stampelle, ma che e’ riuscito a fare un diploma come animatore di comunita’ ed ha fondato gia’ 4 anni fa un’ associazione di handicappati.

Allego qui sotto una foto delle mamme coi figli in attesa della visita.

La Casa di Paolo e’ adiacente al nostro piu’ antico progetto a Kibera, il Ndugu Mdogo Drop In Centre, il centro “Piccolo Fratello” di prima accoglienza per bambini di strada. Anche li’ l’ attivita’ e’ ripresa in pieno. Nonostante abbiamo deciso di dare piu’ rilevanza al lavoro in strada, quello di primo contatto coi bambini, per poi consigliarli ed aiutarli ad uscire dalla situazione in cui si trovano possibilmente senza essere osptitai in un’ apposita casa, , a Ndugu Mdogo c’erano una dozzina di bambini. Coperti non con vestiti ma con stracci sporchi, la fame cronica dipinta in faccia, ma sempre pronti a sorridere, a stare insieme, a rispondere con apertura ad un contatto umano sincero ad affettuoso.

Ad arricchire la piazzetta in cui siamo presenti, alcune settimane fa sono venuti in affitto in una casetta a pochimetri di distanza, i ragazzi di Kibera Youth Initiative (Iniziativa dei Giovani di Kibera), un’ associazione spontanea e profondamente radicata in Kibera, fatta tutti di giovani che vogliono impegnarsi per riscattarsi e riscattare il loro quartiere. Uno dei loro leaders, Lamek, e’ venuto a salutarmi e quando gli ho chiesto cosa ne pensa dell’accordo per un governo di Grande Coalizione firmato da Kibaki e Odinga, mi ha risposto, molto disincantato. /“Vedi, i nostri leaders si sono messi d’ accordo. Cosi adesso in Parlamento non ci sara’ piu’ un’opposizione che possa contrastare la corruzione e le malefatte del governo. Sono tutti d’ accordo a sfruttarci meglio. Conoscendo i nostri uomini politici non mi meraviglierei se adesso l’ opposizione, arrivata a condividere il potere, si accontentasse di partecipare al saccheggio delle casse governative. Del resto non e’ questo che volevano? Non ti ricordi che solo poche mesi fa i parlamentari del governo e dell’ opposizione sono stati unanimi nell’alzarsi i salari a livelli scandalosi? Ogni parlamentare keniano prende adesso 13 mila dollari al mese. Cosi, dopo due mesi di scontri, mille morti, mezzo milione di sfollati, ci ritroviamo esattamente dove eravamo due mesi fa. Forse peggio.”/

Spero che Lamek si sbagli.

La notizia è stata data il 5 marzo scorso da Padre Kizito, al quale ancora una volta va il grazie nostro e di chi, come noi, aspettiamo con fiducia e ansia la rinascita della pace in Kenya.

Mar 04

Il governo è stato implicato in una fila internazionale sopra l’esportazione del mais del seme nel Kenia che è stato contaminato con una varietà geneticamente modificata vietata in ogni paese africano tranne il SA.Il direttore del centro africano per Biosafety, Mariam Mayet, facilità seme-ammassanti incolpate di per “la contaminazione”, ma detto il governo dovrebbe mettere la colpa sulle spalle per lo scandalo.

 

Il seme è stato esportato dal ramo sudafricano del gigante del seme degli Stati Uniti, apre la strada a Hi-Allevato.”i semi del mais sono contaminati con una varietà geneticamente costruita - Mon810 - che appartiene a Monsanto che non è stato approvato nel Kenia,” hanno detto Mayet. “il mais Mon810 di GM (geneticamente modificato) contiene un gene del romanzo che è considerato pericoloso e si vieta in parecchi paesi di +-European.”La contaminazione è stata rilevata da Greenpeace International, che in collaborazione con le organizzazioni agricole ed ambientali nel Kenia, lle prove incaricate di 19 varietà del seme comprate in depositi nelle zone mais-producenti di chiave attraverso il Kenia.Le prove, da un laboratorio europeo indipendente, hanno rivelato il mais PHB 30V53 del seme di quel pioniere, venduto nella regione di Eldoret del Kenia, sono state contaminate con Mon810 mais, una variante che geneticamente è costruita per essere insetto-resistente.L’ultimo mese, ad esempio Mayet, il governo francese deciso per vietare la coltura del mais Mon810 del Monsanto basato su parecchie preoccupazioni ambientali.Il portavoce Hi-Allevato pioniere Jeff Johnson ha negato ieri questo, ad esempio la Francia non ha disposto una moratoria sulla piantatura di questo seme per una stagione soltanto. “infatti, Mon810 completamente è approvato in Unione Europea (UE) e l’anno scorso si è sviluppato in otto paesi di UE su 110000ha.Il mais del seme di Biotech tiene conto più alta produzione e costi più bassi dell’input, con conseguente reddito e competitività più grandi per i coltivatori di tutti i formati e scale.”Johnson ha detto che il motivo possibile per Mon810 che rivela nel seme keniano era impollinazione del vento, anche se i raccolti si sono sviluppati molti chilometri diversi.Mayet ha detto che “la contaminazione” keniana dei semi è venuto la vigilia delle Nazioni Unite che vengono a contatto per sviluppare le regole internazionali di responsabilità per i prodotti geneticamente costruiti.Johnson ha detto che protocolli difficili del pioniere ha avuto “livelli estremamente alti” che “faccia fronte o eccedi” alle richieste di purezza dei paesi mais-producenti del maggiore.”anche dato queste misure straordinarie, tracce del materiale del biotech (denominato presenza a basso livello) può accadere di tanto in tanto. La presenza avventizia dei prodotti del biotech non compromette la sicurezza dell’alimento, “ha detto. La purezza “100%” di assoluto non ha esistito semplicemente nel trucco genetico o nel soddisfare del materiale straniero. Non è stata realizzata per alcun prodotto agricolo da nessuna parte nel ciclo alimentare, ha detto.

“possiamo confermare una proporzione del seme venduto nel Kenia possiamo contenere le tracce molto piccole del materiale del biotech.”Johnson ha detto 12 enti competenti universalmente, compreso la Commissione Europea, aveva trovato gli ibridi con Mon810, di marketing come Yieldgard, sicuro quanto gli ibridi convenzionali del cereale. Molti coltivatori in quei paesi stavano vedendo i benefici significativi.Gennaio Vanaken, di Greenpeace nei Paesi Bassi, ad esempio che ieri il pioniere “può comunicare finchè desiderano circa approvazione nell’UE, ma è un mais vietato paesi Mon810 di fatto cinque UE per salute e motivi ambientali”. 

Feb 29

EMOZIONE, FELICITA’ SPERANZA….. sentimenti che si mescolano alle lacrime di gioia e di dolore, una notizia che aspettavamo da tempo e che Padre Kizito ci ha trasmesso.

Si prospetta il ritorno alla PACE?  speriamo davvero di sì, ma che ci sia anche giustizia per chi ha subito tanto dolore.

Finalmente ieri pomeriggio il Presidente del Kenya, Mwai Kibaki, ha firmato un accordo con il leader dell’ opposizione Raila Odinga che dovrebbe metter fine alla situazione di tensione e di violenza che ha prevalso nel Paese negli ultimi due mesi.
I punti chiave dell’accordo sono i seguenti:- Verrà creato il posto di primo ministro, che avrà l’ autorità di co-ordinare s supervisionare l’ esecuzione delle politiche governative.Il primo ministro sarà un parlamentare eletto, e sarà scelto dal parlamento fra i membri del partito, o dalla coalizione di partiti, che ha il più alto numero di parlamentari. Sembra scontato che questo posto andrà a Raila Odinga.–>Ci saranno anche due vice primo ministro, ciascuno nominato dalle due parti della coalizione]–>Il primo ministro e i suoi vice potranno essere rimossi solo con un voto di maggioranza semplice del parlamento]–>Il governo e’ formato dal presidente, vice-presidente, primo ministro, i due vice-primo ministro e gli altri ministri. L’’ eventuale rimozione di un ministra sarà soggetta a consultazione e accordo scritto.

>La composizione del governo di coalizione terra’ conto di un accurato bilanciamento dei portafogli e rifletterà la relativa rappresentanza parlamentare. 

La coalizione si dissolverà con la dissoluzione del presente parlamento, o se i partiti lo stipulano per iscritto, o se una delle due parti si ritira dalla coalizione. Ma c’ e’ l’impegno di entrambe le parti di portare a termine la coalizione, fino a dicembre 2012. L’ accordo e’ stato preso dalla gente con grande gioa, ma anche con una venatura di rabbia. Ieri sera mentre guardavo il telegionale, con abbondanza di sorrisi radiosi e un clima di festa, i ragazzi della pallacanestro e del calcio tiravano dei sospiri di sollievo ma commentavano anche “Loro sorridono perché’ non hanno avuto morti e sfollati in famiglia. Non potevano accordarsi subito e risparmiarci due mesi di tragedie?”L’accordo era ormai inevitabile e mi sembra un passo positivo. Le posizioni sono molto bilanciate e potrebbe scaturirne l’ effetto di un controllo più’ efficace della corruzione, evitando almeno che si sviluppino altri clamorosi casi. E’ anche positivo che gli ultimi due mesi abbiano portato alla ribalta il problema delle distribuzione della terra e degli slum. La gente adesso si aspetta che questo governo che verrà si impegni seriamente su questi due sfide, e vuole vedere i fatti.

Il pericolo e’ che si crei un clima di falso accordo e di compiacenza, e che si metta nel cassetto l’ idea di perseguire i responsabili degli atti criminali che hanno visto il massacro oltre millecinquecento persone e la creazione di almeno un mezzo milione di sfollati. Adesso giustizia deve essere fatta. L’ accordo non può’ essere un’amnistia per chi ha ucciso, bruciato persone vive all’ interno delle loro case o delle chiese, distrutto proprietà’, e incitato a tutto questo. E parecchie di queste persone siedono in parlamento

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Feb 27

Sono rientrato a Nairobi dopo cinque giorni di assenza in Italia, dove sono stato intervistato a Le Invasioni Barbariche sulla situazione in Kenya e sull’ impegno di Koinonia ed amani per i bambini di strada. Un’ esperienza positiva, sopratutto rispetto ad altri poverissimi “talk shows” a cui mi era, disgraziatamente, capitato di partecipare in passato. Infatti mi ero ripromesso di non accettare piu’ inviti di questo tipo, ma le insistenze di Arnoldo hanno prevalso, ed e’ stato bene cosi.

A Nairobi la situazione non si e’ sbloccata, anzi il governo si e’ irrigidito su posizioni che paiono irragionevoli e che non tengono in considerazione il bene comune. L’ opposizione sta organizzando una giornata di proteste di massa per domani, e il timore e’ che torni a riesplodere la violenza.

Stiamo rimettendo in ordine - sia per la grafica che per i contenuti - i siti internet delle varie attività’ gestite da Koinonia, in gran parte elencati qui sulla sinistra. Provate a visitare Africa Peace Point e Koinonia Kenya, e se avete critiche, osservazioni e suggerimenti fatemi sapere.

Segnalo anche che alcuni amici  in Italia hanno incominciato a lavorare per la pace in Kenya e pubblicano ogni due settimane una newsletter di informazioni. Se volete riceverla gratuitamente potete chiedere a

Feb 22

Questa sera alle 21.30 circa nella trasmissione Le invasioni barbariche potremo “incontrare” PADRE RENATO KIZITO SESANA, rientrato in Italia dal Kenia.

Ospite anche Arnoldo Mosca Mondadori, che da sempre si prodiga per questa causa.

DA NON PERDERE, per chi davvero ha a cuore i problemi dell’umanità

Feb 15

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AUGURI

 A PADRE RENATO KIZITO SESANA CHE IERI HA COMPIUTO VENT’ANNI D’AFRICA.

Un abbraccio stretto da tutti noi che da sempre con trepidazione seguiamo la Tua vita per L’Africa, che abbiamo cercato di imparare tutto quello che hai saputo e voluto insegnarci.

Grazie, con commozione il nostro impegno continuerà.

laura e roberto

Feb 12

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Eran tremila, giovani e forti: sarebbero entrati in Kenya dall’Uganda, su richiesta del presidente Mwai Kibaki, all’inizio della crisi scoppiata subito dopo le elezioni del 27 dicembre, e sarebbero responsabili della morte di decine di persone nei distretti occidentali di Kisumu, Nyatike, Rangwe, Busia, Bungoma, Kakamega, Siaya e Bongo. E’ questa l’accusa lanciata all’esercito ugandese dall’Orange Democratic Movement, il principale partito di opposizione keniano guidato dal grande perdente delle elezioni, Raila Odinga, secondo cui il governo starebbe utilizzando le truppe del vicino alleato per reprimere le manifestazioni.  Soldati. A lanciare l’allarme sono stati domenica alcuni parlamentari dell’opposizione, secondo cui gli ugandesi, identificati dai locali per le divise differenti e lo stentato kiswahili, sarebbero in Kenya in “missione speciale” per conto di Kibaki, alleato del presidente ugandese Yoweri Museveni. Una notizia smentita dalla polizia, come quella che per entrare nel Paese avrebbero utilizzato mezzi dell’esercito keniano. Ad aumentare i sospetti il fatto che Museveni sia stato l’unico capo di stato della regione a congratularsi con Kibaki per la rielezione, giudicata invece irregolare sia dagli osservatori internazionali che dall’opposizione. La notizia, vera o falsa che sia, ha scatenato alcuni moti anti-ugandesi a Kisumu, costringendo numerosi negozianti a chiudere gli esercizi e asserragliarsi in casa. Una brutta notizia per le famiglie che vivono in Uganda grazie alle rimesse degli espatriati, e che devono fare i conti con una situazione economica precaria. Smentite. Dipendente quasi interamente dal Kenya per quanto riguarda le forniture di servizi e di beni, che giungono via mare al porto keniano di Mombasa per poi essere trasportati via terra, l’Uganda sta pagando a caro prezzo la crisi: “Il prezzo della benzina è più che raddoppiando nelle ultime settimane”, riferisce a PeaceReporter l’analista ugandese Frank Nyakairu. A Kampala, le accuse dell’Odm vengono accolte con molto scetticismo. “E’ una grossa bufala, non siamo mica in guerra con Nairobi”, replica a PeaceReporter un arrabbiato Paddy Ankunda, portavoce delle Forze Armate ugandesi. “Non solo non abbiamo nessun uomo in Kenya, ma non abbiamo neanche aumentato gli effettivi al confine, nonostante il continuo arrivo di sfollati (almeno 5.400, ndr), che dobbiamo ospitare e assistere perché sono troppo impauriti per tornare indietro”. Della stessa opinione Nyakairu, secondo cui “l’opposizione keniana finora non ha portato alcuna prova tangibile a sostegno della sua tesi”. 

 

 

Feb 08

E’ orribile: non bastavano le vittime dei machte etnici e delle pistole governative.

Non bastavano gli incendi, la mancanza di cibo, di acqua, le famiglie distrutte, le quattro cose ridotte in cenere, la fuga.

Adesso ai feriti di questa barbarie si aggiungono donne e BAMBINI stuprati sulle strade della fuga,alla ricerca di un po’ di pace.

Il Paese più stabile e più prosperoso dell’Africa orientale rischia di andare a rotoli tra l’indifferenza del mondo, il silenzio dela stampa, e l’impotenza dell’ONU.

Nessuno si è mosso per il Ruanda nel 2004: ottocentomila morti!

Per il Darfur - 300.000 vittime - grande scalpore.

L’ONU ha stabilito di schierare forze di pace: ma gli intoppi burocratici e non ,fanno sì che a tutt’oggi nulla e’ cambiato e la gente muore.

Scacco Matto anche all’Occidente,  Scacco Matto alle cosiddette coscienze, Scacco Matto anche a tutti quelli che stanno rischiando la vita laggiù per aiutare gente che soffre: SCACCO MATTO ALLA VITA, questa è la tragedia.

Feb 04

Mercoledi’ 6 Febbraio 2008
Dalle 10.30 alle 12.30

UNIVERSITA’ MILANO BICOCCA
Facolta’ di Sociologia
Servizio Sociale Corso: “Partecipazione e Potere”
U4, Aula 1

Incontro con:
Boniface Okada Buluma
Universita’ di Nairobi

“Imparare dalla propria storia”

Ex-bambino di strada, Boniface Okada Buluma ha vissuto per alcuni
anni a Kivuli, un centro per la riabilitazione di bambini, fondato a
Nairobi dalla comunita’ Koinonia. Attualmente e’ laureando in Scienze
dell’Educazione presso l’Universita’ di Nairobi. Ha diretto una
ricerca - commissionata da Koinonia e in collaborazione con alcune
universita’ keniote - sulla violenza sessuale e sulle condizioni di
vita nelle baraccopoli di Nairobi. E’ attualmente coordinatore di
Ndugu Mdogo (”Piccolo Fratello”), un progetto che prevede la
costruzione di nuove case-famiglia per bambini in difficolta’.

La testimonianza e’ parte delle attivita’ di ricerca, collaborazione
e scambio fra studenti e docenti, previste fra l’Universita’ di
Milano-Bicocca e la costituenda Shalom University di Nairobi, promossa
da Padre Renato Kizito Sesana. L’incontro e’ organizzato in
collaborazione con Amani.

Feb 03

L’appuntamento per il secondo Sinodo Africano, nel 2009, avrà come titolo “La chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. Due i soggetti da ascoltare: le vittime e gli esperti di pace. La chiesa deve evitare la visione sterile sull’Africa contenuta nei Lineamenta e non può temere di affrontare la questione tribale.Nell’aprile del 1997, tre anni dopo il genocidio rwandese e la celebrazione del Primo sinodo africano, la chiesa africana tenne a Nairobi una “Consultazione sulla crisi nella regione dei Grandi Laghi”. Fu un evento ad altissimo livello, finanziato dal Vaticano e organizzato dal Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar (Secam), vide la presenza di una decina di cardinali (africani e rappresentanti delle congregazioni romane) e di circa sessanta tra vescovi e arcivescovi di tutto il continente. La stampa, però, non fu ammessa, a motivo della riservatezza e importanza dei temi trattati.
L’incontro avrebbe dovuto essere l’occasione per un serio esame di coscienza sulle responsabilità che la chiesa stessa – nelle persone di alcuni vescovi, preti e suore – aveva avuto negli eventi del Rwanda. Tutti si aspettavano che una cosi alta consultazione potesse produrre un documento forte e dare indicazioni concrete su come la chiesa si debba porre e debba agire di fronte alle guerre etniche.
Invece, il documento finale – una decina di pagine – è di una povertà sconcertante: un susseguirsi di luoghi comuni, di pie esortazioni e di generiche e scontate raccomandazioni, per di più espresse con un linguaggio timido e timoroso.
La prima raccomandazione, incredibilmente, chiese «alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli di continuare a sostenere i vescovi di questa regione con aiuti speciali e far crescere nelle chiese sorelle di tutto il mondo la consapevolezza della necessità di una generosa solidarietà con queste chiese vittimizzate». L’aver messo in cima alla lista delle raccomandazioni la richiesta di fondi evidenziò, ancora una volta, una malsana mentalità di dipendenza: più che pensare alla formazione delle persone e all’uso delle risorse umane locali, si fece appello all’elemosina. Chi lesse il documento non percepì l’urgenza di avviare programmi concreti per educare la gente alla riconciliazione, alla convivenza e alla pace.
Solo alla fine, come ultima raccomandazione, si invitò «gli episcopati del continente a preparare una struttura competente (think-tank) che li possa aiutare nell’analisi dei problemi e delle situazioni, cosi da poter allertare in tempo il popolo di Dio e intervenire adeguatamente, specie nei momenti di crisi». A tutt’oggi, non sono a conoscenza dell’esistenza, in tutto il continente, di una qualche struttura di questo genere che possa essere considerata la risposta pratica a quella raccomandazione.
Di fatto, la consultazione del 1997 cadde presto nel dimenticatoio. Per trovare una qualsiasi notizia su di essa e copia del documento finale – mi ricordavo di questo “evento”, perché m’era stato negato l’accesso all’aula in cui si svolgevano i lavori – ho dovuto scartabellare in diverse biblioteche di Nairobi.

La voce delle vittime

Ho voluto ricordare questo “fallimento”, perché il secondo Sinodo africano, che è ormai alle porte (sarà celebrato nell’ottobre 2009), avrà come tema “La chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. Si tratta di un tema urgente nell’oggi della chiesa africana, Per approfondirlo, però, bisogna affrontare senza paure la questione dell’etnicità e dei conflitti etnici e poi suggerire precise indicazioni pastorali utili ad aprire piste concrete su cui camminare nel futuro. L’etnicità è un tema inevitabile, pena l’irrilevanza.
Per evitare di cadere nei soliti luoghi comuni, il sinodo potrebbe valorizzare il contributo di due particolari gruppi di persone.
Innanzitutto, le vittime. Mentre visitavo un gruppo di sfollati, in seguito alle recenti violenze post-elettorali nella baraccopoli di Kibera (Nairobi), un amico keniano m’ha detto: «Perché i nostri vescovi imitano gli uomini politici, limitandosi a fare dichiarazioni alla televisione, invece di essere qui con noi? Sì, proprio qui, senza automobili, senza segretari e giornalisti al seguito. Qui, con i vestiti da lavoro, come questi volontari, per distribuire pane e latte, imboccare i bambini affamati, lavare i loro vestiti e, soprattutto, ascoltare le storie della gente, Vedrebbero le loro lacrime e sentirebbero i loro singhiozzi. Solo dopo le loro parole suonerebbero più vere».
Forse Kamau esagerava. Ma il suo sfogo ci ricorda che le sofferenze delle vittime delle guerre e delle discriminazioni razziali e dei conflitti etnici dovrebbero essere presenti “con forza” in un sinodo ecclesiale che voglia avere credibilità. Si dovrebbe fare in modo che rappresentanti di gruppi umani colpito dilaniati dall’etnicità esasperata possano parlare ai vescovi. L’Africa, allora, farebbe il suo ingresso nel sinodo.
Il documento preparatorio del sinodo (Lineamenta), invece, dà dell’Africa una visione, magari puntigliosamente equilibrata, ma assolutamente sterile: non aiuta le comunità cristiane a mettere l’amore per le vittime al centro della propria attenzione. Questo “distacco” (sono gli altri a parlare dell’Africa, non l’Africa che si racconta) diventa preoccupante quando i Lineamenta sorvolano sulle responsabilità delle stessa chiesa (proprio come fece la consultazione del ‘97). Nella prima stesura di un documento che i religiosi del Kenya stanno preparando come contributo al Sinodo, si esprime precisamente questa preoccupazione e si sottolinea la necessità di parlare onestamente dei peccati della chiesa. Vi si indicano, come punti critici, il ruolo e la pratica dell’autorità, la centralizzazione nel potere, la presenza del tribalismo nella chiesa stessa, i cedimenti e compromessi della chiesa di fronte alla politica. Dare voce alle vittime aiuterebbe a essere più concreti e a superare gli errori del passato e del presente.

Gli esperti

Non sono un fanatico degli “esperti” o di coloro che si definiscono tali. So, per averli visti in azione in Sudan e in altre parti dell’Africa, quanto questi experts di peace-making e peace-keeping (da quelli che imbracciano il mitra a quelli armati di buone intenzioni) siano spesso penosamente impotenti di fronte alle sfide poste dai conflitti etnici. Tuttavia, come la chiesa in passato ha accettato e assunto le competenze di esperti nelle più diverse scienze umane, oggi dovrebbe cominciare ad avvalersi delle esperienze e riflessioni degli “esperti di pace”. Gli studi sulla pace hanno compiuto progressi enormi.
La natura stessa del sinodo (un incontro di vescovi) consente a questi esperti di parteciparvi solo marginalmente. Ciò non toglie che le conoscenze e le tecniche che essi hanno sviluppato debbano essere presenti. Ci sono istituzioni cattoliche (Jesuit Refugee Service, Pax Christi…) che hanno dimensioni ed esperienze mondiali, con rilevanti strutture in Africa. La loro partecipazione al sinodo potrebbe essere valorizzata. Soprattutto, essi potrebbero aiutare i vescovi a dare non solo indicazioni generali, ma anche a preparare programmi pastorali mirati a superare il tribalismo dentro e fuori della chiesa.
In materia di etnicità, una questione che il sinodo potrebbe aiutare a chiarire è quella della terminologia. Capita che un problema non venga affrontato perché manca un vocabolario appropriato, o perché certe parole fanno paura. “Tribù” e “tribalismo” sono termini ormai squalificati dall’uso negativo (a volte denigratorio) che se n’è fatto in Occidente. Eetnia e etnicità sono più “neutri”; “comunità” è la parola entrata nell’uso comune in Kenya per indicare il proprio gruppo etnico, anche se ma diventa chiara solo in un preciso contesto. Ma dell’appartenenza etnica si dovrà parlare, anche solo per capirne le dimensioni positive.Toward the African Synod - The Floor to the OppressedThe African Synod in 2009 will bear the title: “The church in Africa at the service of reconciliation, justice and peace.” The victims and the experts of peace are the groups to be heard. The church should overcome the infertile overview of Africa contained in the Lineamenta and should face the question of tribalism without fear.
The African church held a “Consultation on the Crisis in the Great Lakes Region” in April 1997, three years after the genocide in Rwanda and the closing ceremony of the First African Synod. It was a high-level event financed by the Vatican and organized by the Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar (SECAM). Nearly a dozen African cardinals and representatives of the Roman Congregations and about 60 bishops and archbishops of the African continent attended. The media was not admitted to the meeting because of the delicate nature of the themes. The consultation was to be a serious examination of conscience for the church and its responsibility for events in Rwanda—in the person of bishops, priests and sisters. From this high-level consultation, everyone was waiting for a straight-forward document that would give practical directions on how the church should present itself and how it should react when faced with ethnic conflicts. The document of 10 pages or so was embarrassing in its poverty. It was a succession of stock points, of pious exhortations and of generic recommendations written in a overcautious language.
Incredibly, the first recommendation asked “the Congregation for the Evangelization of the Peoples to continue to support the bishops of this region with special assistance and to strive to increase awareness of the need for solidarity between the sister churches of the world and these victimized churches.” Putting the request for funds at the top of the lists of recommendations exposed once more an unhealthy mentality of dependence. Instead of thoughtful concern about leadership training and the use of local human resources, there was an appeal for alms. Whoever read the documents did not get a sense of the urgency to establish concrete programs to educate people about reconciliation and how to live together in peace.
Only at the end, the very last recommendation, the bishops of the continent recommneded “to putin place a competent out-fit or think-tank which could help them in the analysis of problems and situations so as to alert the People of God in time and to intervene adequately especially in times of crisis.” Even now there is no information about the existence in the whole of Africa of any kind of structure which could be considered remotely as the implementation of this recommendation.
In fact, the 1997 consultation was quickly forgotten. Journalists were denied entrance to the conference room where the deliberation took place, and participants were under order of not giving interviews. Even to find the final document is not an easy job.

The Voice of the Victims

It is worthwhile to reflect on this “failure” because the Second African Synod, nearly upon us, is to be celebrated in October 2009 and to be devoted to the theme: “the church in Africa at the service of reconciliation, justice and peace.” This is an urgent theme today for the African church. In order to develop and deepen it, the question of ethnicity and ethnic conflicts needs to be confronted without fear and followed up with specific pastoral directives capable of opening a viable path on which the church can walk in the future. Ethnicity as a theme may be avoided only at the risk of irrelevance.
Not to repeat the usual stock points, the Synod could highlight the contribution of two particular groups.
First and foremost, the victims! A few days ago, while I was visiting a group of evacuees, following the recent post-electoral violence in Kibera, one of the shanty towns of Nairobi, a Kenyan friend said to me: “Why do our bishops imitate politicians? They limit themselves to statements on television, instead of coming here among us. I mean here—without their motorcar, their secretaries and the usual following of journalists. Let them come in work clothes, like these volunteers, to distribute bread and milk, to feed the hungry babies, to wash their clothes, and above, to listen to people’s stories. They would see their tears; they would hear their sobs. Only then would their words sound true.”
Perhaps Kamau was exaggerating. But his outburst reminds us that the suffering of the victims of war, of racial discrimination, and of ethnic conflicts should be compellingly present in an ecclesial African synod that wants to be credible. Things must be organized in such a way that real representatives of the affected human groups shredded by exasperated ethnicity may speak to the bishops. Thus, Africa would enter into the synod.
The Lineamenta, the preliminary document in preparation of the synod, sketches a portrait of Africa stubbornly even-handed, perhaps, but absolutely sterile. It does not help the Christian community to put love for the victims at the center of their attention. This “disengagement” (others speaking about Africa, not Africans speaking for themselves) becomes worrisome when the Lineamenta lightly touches on the responsibilities of the same churches—just as the 1997 consultation did. In the first draft of a document which the religious of Kenya are preparing as a contribution to the synod, this is precisely the apprehension expressed and they underline the necessity to speak honestly about the sin of the church. They indicate as critical points the role and practice of authority, the centralization of power, the presence of tribalism in the church itself, the compromising of the church in the face of politics. To give voice to the victims would help to be realistic and to overcome the errors of the past and the present.

The Experts

Experts and consultants in all filefs are fashinalble and overvalued all over Africa. When you see them in action, be they peace-makers, peace-keepers or peace-duecators, be they armed with only good intentions or with machine guns, you realize how often are painfully impotent in the face of challenges presented by armed conflicts. Nevertheless, just as the church in the past accepted and assumed the competence of experts in the most diverse human sciences, today the church ought to begin to make use of the experience and reflections of the “experts of peace.” Peace studies have made enormous progress. The nature of the Synod (an encounter of bishops) permits these experts to participate only marginally. That does not remove the necessity that the knowledge and the technical understanding they have developed should be available. There are Catholic institutions (Jesuit Refugee Services, Pax Christi and others) that have vision, worldwide experience and considerable structures in Africa. Their participation in the synod as experts could be employed advantageously. Above all, these groups could help the bishops produce not only general directives, but also to prepare concrete pastoral programs aimed at overcoming tribalism inside and outside of the church.
On the subject of ethnicity, a question which the synod could help to clarify is the issue of terminology. It happens that a problem is not dealt with because of the lack of an appropriate vocabulary or because certain words instill fear. “Tribe” and “tribalism” are terms practically disqualified because hey have taken an absolutely negative connotation. “Ethnic” and “ethnicity” are more neutral. “Community” is the word used now in Kenya that indicates one’s own ethnic group, even if it becomes clear only in a precise context.
The synod must find the right words for speaking about tribalism, but certaily to speak about it is a must. Otherwise the church will continue to find itself taken by surprise by the events, as it has happened in Kenya.

Gen 26

Padre Kizito, come ho già avuto modo di dire, è un uomo che trasmette la sua solida forza e serenità, dettate io credo dalla sua profonda fede.

Le notizie che avevamo avuto ci avevano dato un po’ di sollievo: i bimbi erano tornati, stavano abbastanza bene……

Ma sono di oggi queste tragiche notizie, che ci fanno temere non finiscano mai. Ci fanno rabbrividire, pensando che noi, qui non possiamo fare nulla per aiutarli.

A Renato Kizito va il nostro abbraccio pieno di malinconia

laura e roberto valsecchi

Scontri a Nakuru. Coprifuoco. Conferma che giovani disoccupati disperati sono stati e sono pagati per incendiare e uccidere. Voci, molto credibili, che mi dicono che intorno ad Eldoret cominciano ad arrivare armi e che gli anziani della comunita’ Luo, che pure sono immigrati in questa zona, hanno fatto prestare giuramento ai loro giovani di combattere fino a che tutti i Kikuyu non saranno stati cacciati. Il tribalismo seminato n questi due anni da politici irresponsabili incomincia a dare i suoi amarissimi frutti. Voci, anche queste da fonti credibili, dicono che l’ opposizione si sta dividendo, con Raila Odinga piu’ disposto a trattare e un’ ala irriducibile che vuole arrivare a tutti i costi alla presidenza, cosi da poter poi nascondere i misfatti perpetrati. Per questo gruppo, in cui ci sono molti che hanno fatto carriera ai tempi di Moi, non ci possono essere mezze misure. Tutto questo mentre a Nairobi la vita e’ tornata quasi normale. I segni degli scontri bisogna andarli a cercare. A Kibera le fila di baracche bruciate sono ancora visibili, come pure la chiesa protestante bruciata e con un buon quarto di tetto crollato, un container in mezzo alla strada principale per cui puo’ passare a stento un’ auto alla volta, l’ albero abbattuto che sta ancora bruciando, le file di gente che gia’ prima dell’ alba e’ al Jamhuri Park sperando di ricevere un po’ di farina e di fagioli. Ma chi va a Kibera? Tutto il West del Kenya, da Nakuru fino a Eldoret e Kisumu, rischia di entrare in uno stato di permanente agitazione e insicurezza, staccato del resto del paese. La necessita’ quindi di risolvere questa crisi in modo credibile diventa sempre piu’ urgente, prima che la violenza si incancrenisca, come abbiamo visto avvenire in Uganda.E’ importante che la pressione internazionale continui. A proposito di Nakuru. Lunedì scorso, mentre la tensione era ancora alta ma non era ancora esplosa la violenza di questi ultimi tre giorni, John Kanene, il responsabile di Kivuli, ha deciso di andarvi per prendere quattro dei nostri bambini che ci erano rimasti bloccati e avevano paura di viaggiare, e per portarci invece altri tre ragazzi piu’ grandi che frequentano la scuola superiore a Nakuru, in una specie di collegio. Come fare per evitare problemi in un viaggio di circa 200 km di sola andata? John ha avuto un’ idea brillante e ha fatto mettere, sporgenti dai finestrini ma alte sopra il tetto, da un lato la bandiera della pace, con scritto PEACE in grande evidenza, dall’ altro la bandiera di Amani, che pure vuol dire pace in kiswahili, e sul retro la bandiera di Koinonia. Cosi addobbati sono andati e tornati senza incidenti. Ai posti di blocco della polizia come ai posti di blocco di manifestanti nessuno ha fatto domande, venivano immediatamente lasciati passare. E la sera un John raggiante poteva annunciare a tutti i ragazzi di Kivuli “Missione Pace compiuta!” Stamattina, a Kibera, nella nostra Ndugu Mdogo, i piccoli fratellini e sorelline - Ndugu Mdogo vuol dire “piccolo fratello” – che sono arrivati l’altra sera erano serenamente impegnati a disegnare. Con me e’ venuto Raphael, n quattordicenne che avevamo accolto a Kivuli qualche giorno prima di Natale. Era preoccupato perche’ non aveva saputo piu’ niente della nonna, che, malaticcia, era rimasta da sola a Kibera. L’ abbiamo trovata un una baracca dove c’e’ appena posto per un materasso perche’ il tetto e’ per meta’ crollato – stranamente il ‘padrone di casa’ non si fa vedere da due anni e lei e’ contentissima perche’ non paga l’ affitto. Ma e’ anziana e malata, e in questi giorni ha mangiato solo saltuariamente. Prima aveva l’ aiuto di Raphael, che alla sera riusciva sempre a portarle qualcosa con le ‘attività’ che svolgeva in strada. Raphael e’ stato felicissimo di trovarla viva, temeva fosse rimasta vittima negli scontri, i peggiori sono avvenuti proprio in quella strada, ma la nonnina ha detto sorridendo che lei avrebbe anche voluto protestare, ma che non aveva avuto la forza di alzarsi dal letto. Raphael le ha promesso che ogni sabato andra’ a trovarla e con il nostro aiuto le portera’ qualcosa da mangiare.