“I diritti umani rendono l’Occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere gli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i cinesi”. Questa la dichiarazione di Zhang Yimou in un’intervista al quotidiano cinese «Weekend al sud» Il regista è autore di pellicole famosissime come «Lanterne rosse» e «Hero», «Vivere »oltreché regista della cerimonia di apertura (e di chisura) delle Olimpiadi di Pechino. Secondo lui, solo con il senso dell’ordine, con l’ubbidienza, la bellezza delle masse ed il loro movimento armonico si possono realizzare elevate prestazioni artistiche.
E punta il dito contro i diritti umani che rendono l’Occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere gli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i cinesi.

Ho letto queste dichiarazioni e non credevo ai miei occhi. Ma non è finita qui. Egli ha manifestato  la sua incondizionata ammirazione per le manifestazioni politico-culturali dei nordcoreani e spiega che “questo tipo di uniformità produce bellezza”, di cui “siamo capaci anche noi cinesi”. Il regista cita, quindi, la scena ammirata in tutto il mondo della cerimonia di apertura, in cui sul terreno dello stadio blocchi argentei con i caratteri di stampa cinesi si sollevavano ed abbassavano come in una macchina da scrivere, risultato ottenibile solo perché “gli esecutori obbediscono agli ordini e sono in grado di farlo come un computer, è questo lo spirito cinese”.

Gli occidentali “non sono in grado” di fare lo stesso, non fosse altro che per “il loro rispetto dei diritti umani” dice Yimou. Il regista spiega che proprio le rigide norme sul lavoro e la tutela sindacale incontrate nei Paesi europei gli hanno finora impedito di realizzare regie operistiche, poiché “gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo alla settimana, fanno due pause al giorno per il caffé, ma poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati”. Come se non bastasse, attori e cantanti occidentali “hanno anche a disposizione organizzazioni di ogni tipo e i sindacati”. Secondo il regista, grazie alla loro cultura “i cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli europei fanno in un mese”.

Eppure anche lui è stato vittima della mancanza di libertà. Figlio di un ufficiale dell’esercito di Chiang Kai-Shek e di una dermatologa, per motivi politico-militari, la sua famiglia è stata messa al bando durante la Rivoluzione Culturale di Mao Tze Tung. Il giovanissimo Zhang Yimou, costretto a sospendere gli studi liceali in seguito alle direttive del Partito Comunista Cinese, viene mandato a lavorare come contadino nei campi e poi in una filanda, insieme a migliaia di studenti. Ma alla morte di Mao, avvenuta nel 1976, le università cinesi possono finalmente riaprire e proprio nel 1978 Zhang decide di entrare alla Beijing Film Academy di Pechino ma non supera l’esame di ammissione perché troppo vecchio (aveva già 27 anni e aveva superato di ben 5 anni l’età limite). Solo, nel 1982, dopo un energico appello al Ministero della Cultura, riesce finalmente a ottenere l’ammissione ai corsi di fotografia dell’Accademia.

E di clui così parlavano  critici cinematografici: “Eccolo, dunque, il combattente numero uno. Il guerriero più abile di tutta la Cina: Zhang Yimou, uno dei più grandi esponenti della Quinta Generazione, ovverosia di quel gruppo di autori cinesi che, raccoltisi negli studi Xi’an, hanno scelto il cinema per esprimere ciò che non compariva in una sola pellicola: l’esigenza di libertà e la critica di un sistema politico totalitario e repressivo”.

“La critica al totalitarismo e il desiderio di libertà si colora di sfumature epiche e fantastiche nell’opera di Zhang Yimou, uno dei più rappresentativi registi di tutta la Cina”.

Secondo quindi le ultime dichiarazioni del regista, le Olimpiadi non sono state l’occasione in cui la Cina poteva far vedere il suo lento cammino verso i diritti, ma al contrario la dimostrazione dei risultati prodotti dall’azione del Partito Comunista Cinese e dal suo regime. E qui il discorso si ribalta: non sono più loro a dover imitare le democrazie, ma noi a dover semmai imitare loro. Mi viene il dubbio che potrebbe essere davvero così. Forse è quello che pian piano sta succedendo.I “grandi della Terra” potrebbero scoprire che un regime politico più duro può dare ottimi risultati non solo in economia, ma anche nell’arte…

Tante cose non sono state dette, né si diranno su queste olimpiadi: una fra le tante raccontate dal Corriera della Sera: “Secondo le accuse mosse da un gruppo di organizzazioni umanitarie britanniche, riunite nella Playfair Alliance, ad assemblare le mascotte e gli altri gadget olimpici in vendita da più di un anno in tutte le strade, le bancarelle, i negozi della Cina, ci sarebbero in molti casi bambini anche di 12 anni. Alcune tra le aziende che hanno ottenuto la licenza di fabbricare questo genere di prodotti, popolarissimi e grandemente remunerativi (almeno fino al termine dei Giochi), sempre secondo le accuse, non solo sfrutterebbero il lavoro minorile, ma terrebbero anche centinaia di adulti in condizioni di semischiavitù, con turni massacranti di 15 ore, nessun contratto e paghe equivalenti alla metà del minimo salariale”.

Del resto che molti bambini siano ridotti in schiavitù non è una novità. Andate a leggere l’articolo in questo sito. Chi rivela casi di sfruttamento di bambini nelle fabbriche è quindi imputabile di avere tradito “segreti di Stato”: un crimine per il quale si rischia l’arresto immediato, una condanna per vie brevi (senza diritto alla difesa) e pesanti pene, fino alla morte. Ma a cosa serve la libertà? Quei bambini non siamo noi, non sono i nostri figli e quindi godiamoci le opere d’arte e i gradi spettacoli costruiti con questo spirito…

autore giuba47 dal blog www.sapervedere.splinder.com


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